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Niso Biomed, la startup che controlla la salute dello stomaco

12.06.2013

È stata nominata startup dell'anno e punta sul settore biomedicale. Si chiama Niso Biomed l'azienda torinese che, grazie al suo EndoFaster 21-42, un sistema in grado di analizzare in tempo reale il succo gastrico prelevato durante gli esami endoscopici, ha ricevuto a Rovereto il riconoscimento assegnato da PNICube, l’associazione italiana che riunisce gli incubatori universitari. Un concorso ideato per dare visibilità alle imprese innovative che nei primi anni di vita hanno raggiunto i migliori risultati economici e qualitativi. Nella stessa occasione, la start up ha conquistato anche il premio Bright future ideas award, promosso dallo Uk Trade & Investment, l'agenzia governativa per lo sviluppo economico del consolato britannico.

Paul Muller, fondatore di Niso Biomed, ci racconta come è nato il progetto e quali sono le potenzialità del sistema EndoFaster.

Come funziona EndoFaster 21-42?

"Si tratta di un dispositivo che si collega all'endoscopio operando un'analisi del succo gastrico che normalmente viene aspirato durante l' esame endoscopico. La parte innovativa è che il tutto avviene in tempo reale: basta, infatti, una minima quantità di liquido per avere una diagnosi di Helicobacter Pylori e individuare potenziali fattori di rischio per tumori allo stomaco e al colon. I risultati dell'esame vengono poi trasmessi all'endoscopista che potrà confrontarli con l'osservazione ottica della mucosa effettuata con l'endoscopio".

Quali benefici comporta l'utilizzo del dispositivo?

"Nell'80% dei casi i fattori di rischio tumorale non sono direttamente visibili tramite l'endoscopio e si rendono necessarie ulteriori analisi, in genere biopsie ed esami istologici. Questi ultimi, però, sono molto invasivi e possono presentare rischi per chi soffre di alcune patologie, come la cardiopatia o la cirrosi. L'analisi del succo gastrico, invece, permette al medico di individuare fin da subito i pazienti più a rischio, concentrando su di essi i successivi test medicali per un'analisi più approfondita".

Quali sono i punti di forza?

"L'utilizzo di EndoFaster permette di ridurre il riscorso alle biopsie e agli esami istologici per l'85% dei pazienti: il che significa minore invasività per il paziente e risparmio economico per l'ospedale. Inoltre, il sistema garantisce un miglioramento della qualità e dell'accuratezza della diagnosi e uno snellimento delle liste di attesa".

Com'è nata l'idea?

"Dopo un'esperienza di dieci anni nel campo del trasferimento tecnologico in ambito universitario, ho deciso di lanciare la mia start up. Nel 2009 ho acquisito diritti di un prototipo sviluppato da un gastroenterologo italiano, già testato e brevettato. Dopo uno studio di fattibilità, mi sono messo all'opera per ottenere la marcatura CE e la certificazione di qualità Iso. Dopodiché, grazie all'intervento del business angel Michele Guala, industriale di Alessandria, abbiamo avviato la sperimentazione con l'istituto clinico Humanitas di Rozzano e il Policlinico Gemelli a Roma, a cui sono seguite partecipazioni a congressi internazionali. La forza del dispositivo è attestata soprattutto dalle pubblicazioni scientifiche e dalle testimonianze dei medici".

Quali sono i prossimi obiettivi?

"Abbiamo avviato la commercializzazione. Dopo una prima fase rivolta all'Italia, abbiamo iniziato a proporre il dispositivo all'estero, in Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, Arabia e Israele. Stiamo lavorando anche per entrare sul mercato indiano e, in generale, ovunque è valida la marcatura CE, per esempio in Sudamerica e Nordafrica, per poi passare a mercati più “complicati” come America, Giappone e Cina, sono necessarie altre certificazioni. Inoltre, vogliamo avviare ulteriori partnership con attori del settore biomedico e sviluppare nuove applicazioni".

Com'è organizzata la distribuzione?

"Cerchiamo di creare una rete di vendita basata su distributori di rilievo che lavorano in esclusiva e che vengono formati dal nostro team per poter comprendere al meglio le potenzialità della macchina. I distributori, poi, propongono il dispositivo ai medici che posso scegliere diverse tipologie di contratto. La parte difficile in Italia è convincere l'azienda ospedaliera a investire su nuove tecnologie, in un momento di forte spending review del settore sanitario e di lentezza burocratica, in cui per ottenere un'analisi dei costi possono trascorrere diversi mesi. All'estero, invece, le decisioni e le modalità di pagamento avvengono in maniera più rapida".

A quanto ammontano gli investimenti?

"Finora abbiamo utilizzato un milione e mezzo di euro, ma stiamo pensando di fare un salto di qualità ricorrendo a fondi di investimento".

Quali sono i problemi che uno startupper riscontra oggi in Italia?

"Ciò che manca nel nostro Paese è un supporto istituzionale incisivo. Per sviluppare il nostro progetto abbiamo ricevuto sovvenzioni regionali, ma la parte più consistente degli investimenti è arrivata da finanziatori privati. Auspico che l'attenzione posta dal governo Monti sulle nuove imprese innovative possa trovare seguito, nella direzione di un ampliamento delle modalità di finanziamento statale e della velocizzazione dei tempi. Una start up, infatti, per poter decollare necessita di aiuti subito e non dopo due o tre anni dalla nascita".

di Francesca Dalmasso, pubblicato su wired.it

 

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