Claudia Porchietto

Un autonomo su quattro è povero

04.12.2015 Print

La Cgia di Mestre ha compiuto una elaborazione per misure l'indice di povertà delle famiglie. I dati per gli autonomi è preoccupante: nel 2014 il 24,9 per cento delle famiglie con reddito principale da lavoro autonomo ha vissuto contando su una disponibilità economica inferiore a 9.455 euro annui (soglia di povertà secondo la definizione fornita dall’Istat). Praticamente una su quattro si è trovata in una condizione di vita non accettabile.

Per quelle con reddito da pensioni/trasferimenti sociali e da lavoro dipendente, invece, la percentuale al di sotto della soglia di povertà è stata inferiore. Per le prime, infatti, l’incidenza si è attestata al 20,9 per cento, per le seconde al 14,6 per cento. Tradotto tra il 2010 e il 2014 la quota di nuclei familiari in cattive condizioni economiche è aumentata di 1,2 punti percentuali. Per i pensionati la povertà è scesa dell’1 per cento, tra i dipendenti è aumentata dell’1 per cento, mentre tra il cosiddetto popolo delle partite Iva l’incremento è stato del 5,1 per cento, anche se va sottolineato che nell’ultimo anno la variazione è stata pressoché nulla.

Il problema principale è la precarietà che caratterizza in Italia il lavoro autonomo. La CGIA fa notare che dall’inizio della crisi (2008) al primo semestre di quest’anno, gli autonomi (ovvero, i piccoli imprenditori, gli artigiani, i commercianti, i liberi professionisti, i coadiuvanti familiari, etc.) sono diminuiti di quasi 260 mila unità: del 4,8 per cento. La platea dei lavoratori dipendenti, invece, si è ridotta di 408.400 unità, anche se in termini percentuali è diminuita “solo” del 2,4 per cento cioè della metà. 

Numeri drammatici a cui il Jobs Act non da alcuna risposta: ne è una dimostrazione la puntuale e progressiva riduzione che sta subendo il numero di persone attive che cercano lavoro.