Claudia Porchietto

Legge di stabilità con licenza di uccidere il ceto medio

18.10.2013 Print

Scorrendo le 91 pagine della bozza di Legge di Stabilità presentata dal Governo sorge spontaneo un pensiero: con questa norma è stata inserita una nuova scriminante nel codice penale italiano? La domanda è legittima se si legge tra le righe del disposto normativo: in esso infatti è prescritto in modo chiaro e inequivocabile il mandato di poter liberamente e deliberatamente uccidere il ceto medio per ragion di Stato. Di sopprimere cioè lentamente quella piccola e media borghesia che faticosamente l’Italia ha costruito negli anni del boom economico e che sembra sempre più essere assurta, insieme alle imprese, a principale nemico del Paese.

Questa Legge di Stabilità getta lo sconforto anche nei più ottimisti, perché la direzione che prende è nuovamente quella di porre sulle spalle dei soggetti più deboli, quelli che da sempre tirano avanti la carretta/zattera Belpaese , il peso di oltre cinquant’anni di fallimenti della classe politica e dirigente dell’Italia. Ma soprattutto perché decide di non decidere millantando tagli alle tasse e al costo del lavoro con partire di giro che varranno, se andrà bene una tazzina di caffè in più a fine mese, se va male la vendita di un appartamento frutto di anni di risparmi e sacrifici.

Non bisogna aspettare neppure il giudizio della Storia, perché sono i numeri ad attestare la sconfitta. Lo scenario è da default: i ricavi dalla tassazione diretta sono diminuiti del 7% in luglio, il rapporto deficit/Pil è maggiore del 3% e il debito pubblico è ben al di sopra del 130%. Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi, il più grande in Europa dopo quello tedesco, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Il prossimo anno con una manovra che secondo le dichiarazioni dovrebbe diminuire la pressione fiscale la Cgia di Mestre ha valutato che si pagheranno 4miliardi di tasse in più.

La verità è che manca una piattaforma politica/economica condivisa. E questo perché si accanisce contro tutti per non scontentare nessuno. Non potendo aprire ad una revisione del patto di stabilità offre ai Comuni la possibilità di innalzare la tassazione locale rischiando di innalzare ancora di più la pressione fiscale; sbrana il risparmio fatto di patrimonio e conti correnti inserendo norme del tutto scellerate su casa e banche; offre una mancia a imprese e lavoratori che dovranno invece sobbarcarsi un rialzo dell’iva che potrà costare anche 3,5mld di euro in meno di entrate; confonde le pensioni d’oro regalate con quelle regolarmente versate; mortifica gli imprenditori individuali che si vedono scippati del Fondo anti Irap; mortifica i pensionati bloccando l’indicizzazione delle pensioni. In poche parole accresce gli effetti della crisi e candida questo Paese a restare in recessione anche per i prossimi anni. Perché sia ben chiaro che se le tasse non diminuiscono questo Paese il parametro del 3% di rapporto Deficit/Pil non lo raggiungerà mai.

Ma dove vuole andare questo Paese? Il federalismo ha fallito, diciamocelo francamente. Perché invece di diventare una occasione di efficienza è stato stuprato per aumentare indiscriminatamente la spesa, addomesticare i centri di potere locale e comprarsi il consenso. Con un paradosso: una sussidiarietà sana comporta che la pressione fiscale diminuisce e la qualità dei servizi aumenti. In Italia è avvenuto l’esatto contrario. La spending review non ne parliamo: è non pervenuta. Se ne continua “a parlare per sport” ma ad oggi non è riuscita a produrre alcun risultato; e questo per una semplice ragione si è totalmente incapaci di guardare a lungo termine e invece ci concentra solo sulla salvaguardia delle rendite di posizione del momento. Basti pensare alla difficoltà per trovare 4mld di euro per cancellare l’Imu e come invece si rintraccino con estrama facilità 7mld per salvare il Monte Paschi di Siena. Le Province che continuano a vegetare nell’attuale assetto istituzionale ne sono l’emblema. Ci sono poi i casi Alitalia, Telecom, Ilva: essi dimostrano che manca un management all’altezza dei tempi: oggi siamo in mano ai figli del ’68 e si apprezzano i risultati nefasti. Non a caso la scelta della classe dirigente di queste imprese è stata anche di carattere politico.

Manca insomma il coraggio di rompere gli attuali schemi e di ridisegnare insieme l’Italia. Ripartendo da zero, dando fiato a quel ceto medio senza il quale l'intero sistema-paese agonizza. Per farlo però è necessario decidere la rotta da intraprendere. Ad oggi invece i nostri capitani sembrano privi di radar, aggrappati sulle scialuppe di salvataggio, aspettando che l’iceberg colpisca il Titanic.

Claudia Porchietto