Claudia Porchietto

Nuovo record negativo per l'Italia sul lavoro. Siamo fanalino di coda per inattivi con un 35,7% contro una media Ue pari al 16,8%

26.10.2015 Print

Nonostante i proclami del premier Matteo Renzi i dati che arrivano dall'Europa sul lavoro non sono incoraggianti. Secondo le rilevazioni di Eurostat infatti l'Italia sarebbe il Paese europeo con il più alto numero di disoccupati passati alla condizione di inattività economica (popolazione che non cerca più lavoro) tra il primo e il secondo trimestre 2015.

In Italia è diventato inattivo il 35,7% dei disoccupati, più del doppio della media Ue che si ferma a 16,8%. Avrebbe trovato lavoro - si evince sempre dai dati pubblicati da Eurostat - il 16,1% dei disoccupati, leggermente al di sotto della media europea (18,6%), ed è rimasto nella condizione di senza lavoro il 48,3%, contro una media Ue decisamente più elevata, cioè 64,6%. Rispetto all'Italia quindi, a livello europeo sono più i disoccupati che continuano a cercare un impiego piuttosto che quelli che perdono le speranze e non lo cercano più.

Insomma i dati sull'occupazione - e indirettamente sulla ripresa - continuano ad essere discordanti in Italia così come sottolineato anche in questi giorni dall'onorevole Pietro Ichino ad un convegno organizzato da GiGroup sul Jobs Act: "Sarebbe una sciocchezza legare l’aumento rilevante degli occupati dei primi 8 mesi dell’anno alla riforma del mercato del lavoro. Nei primi 8 mesi dell’anno gli occupati sono aumentati del 34,6%, secondo i dati Inps, a 1,16 milioni, contro gli 865.491 dell’analogo periodo del 2014. Dire che è merito di una riforma partita per 1/4 a marzo, per 1/4 a giugno e per 1/2 in settembrecorrisponde a dire una sciocchezza dal punto di vista scientifico. Gli effetti si vedranno solo se la riforma si consoliderà”.

Anche su questo punto - cioè l'aumento dell'occupazione - bisognerebbe comprendere fino in fondo l'effetto di due fattori: da un lato il dopping fornito dal Quantitative Easing immesso da Draghi, dagli effetti della riduzione del costo dei carburanti e dagli effetti dell'Expo. Tutti eventi la cui durata è a tempo e che quindi bisognerà verificare se non si tradurranno in una bolla di sapone appena finiranno di dispiegare i propri effetti. E poi c'è la questione degli incentivi alle assunzioni attraverso la decontribuzione temporanea, anche in questo caso potrebbe tradursi in un boomerang per il Governo: che avrebbe solo pagato assunzioni che in fin dei conti sarebbero avvenute nei prossimi due o tre anni lo stesso.

Insomma sul lavoro siamo di fronte ad un grande cantiere dove le misure sono solo spot invece di essere studiate per il medio e lungo termine.

Claudia Porchietto