Claudia Porchietto

Un patto per la produttività non si fa a costo zero

02.09.2012 Print

Non può esistere un patto sulla produttività a costo zero. È questa l’unica replica che mi sento di affidare ai lettori del mio sito in risposta all’intervista al ministro Corrado Passera pubblicata, pochi giorni fa, su La Stampa. Lo dico perché per l’ennesima volta ho letto tante belle teorie dogmatiche, numerosi luoghi comuni, troppi voli pindarici ma nella sostanza non ho rintracciato l’unica cosa che conta per invertire lo stato di asfissia che ammorba l’Italia: il numero di “quattrini” che il Governo metterà sul piatto per colmare quel gap di 10 punti che lo stesso ministro ha ammesso azzoppa il Belpaese nel confronto con i suoi più diretti competitor. Una visione, la mia, sicuramente venale ma che credo possa trovare asilo nel nostro Paese visto il momento di crisi nera che vivono le famiglie torinesi. Un momento nel quale bisogna accantonare quella immagine di poeti, santi e navigatori molto politically correct e che piace ai salotti radical chic, dai quali si abbevera anche l’attuale governo, e che invece dovrebbe sposare una nuova stagione di pragmatismo e decisionismo commerciale più nella natura anglosassone.

Passera sdogana sapientemente in questa intervista il termine concertazione, sapendo perfettamente che avrebbe raccolto gli applausi del sindacato moderato e guadagnato un cauto silenzio da parte dell’ala più oltranzista. Vorrei però domandare al sindacato se la concertazione da sola è sufficiente laddove non venga inserito, alla base di qualsiasi trattativa, un qualche elemento nuovo di riscontro per i lavoratori e/o per le parti datoriali. Perché è questo il nodo: va bene la riscoperta del metodo ma non si va da nessuna parte se i sacrifici si chiedono sempre e solo ai soliti.

Il ministro nel suo intervento non spiega né come aumenterà i salari né come supporterà il nostro tessuto produttivo al fine di recuperare quella competitività che si è andata perdendo negli ultimi anni con l’aumento del costo del lavoro e l’incremento della tassazione sulle imprese. Mi sarei aspettata una visione nuova se non una ricetta dalla quale partire per sviluppare insieme con le parti sociali un nuovo patto sulla produttività, in particolare dopo i grandi sacrifici richiesti a tutti gli italiani. Mi accorgo invece che non esiste una rotta e che continuiamo a navigare alla deriva. E lo dico perché reputo che il ministro Passera non sia così ingenuo dal credere che basti continuare a lavorare sulla lotta alla burocrazia, sulla efficienza della giustizia e su un ipotetico sblocco dei crediti alle pmi per riattirare investitori nel nostro Paese. Soluzioni già cavalcate nel passato che si stanno tramutando in vere e proprie arabe fenici che puntualmente risorgono dalle proprie ceneri ad ogni nuovo governo.

Quello che sconcerta nelle parole del ministro, e ancor di più dei commentatori che si sono accodati in queste ore per tessere le lodi del Passera pensiero, tra tutti l’economista Fassina, è che nessuno di loro abbia richiamato l’attenzione sul fatto che l’Italia è un Paese privo di materie prime e da sempre terra di trasformazione. Una vocazione che con il livello di tassazione attuale, con l’impossibilità di inflazionare la moneta e con gli attuali e insostenibili costi dell’energia e dei carburanti che gravano sulle imprese non è più redditizia (se non in settori di nicchia, dove i margini di utile sono ampissimi e dove il consumatore premia la qualità del prodotto).

Se il ministro Passera vuole lanciare un nuovo patto per la produttività non può prescindere da questo argomento e ci deve dire se lo Stato è effettivamente pronto a lanciare un progressivo abbattimento del cuneo fiscale, una diminuzione drastica delle accise (che ora gravano per il 58% sul costo del pieno benzina), una campagna imponente di investimenti sulle fonti di energia alternative a fronte del referendum che ha recentemente bocciato l’utilizzo dell’energia nucleare e soprattutto un impegno a portare in Europa la discussione sulla creazione di zone franche, questione sulla quale peraltro la cancelliera Angela Merkel aveva aperto nei passati mesi per le aree più depresse del Mediterraneo. Dico questo perché se il governo non vuole o non può andare in questa direzione allora diventa inutile riparlare di concertazione: un film che abbiamo già visto con la riforma del Lavoro dove il tavolo è saltato dopo mesi di annunci e peregrinazioni.

Se questi interventi non fossero contemplati allora è necessario sgombrare il campo da falsi miti e intervenire per convincere i nostri imprenditori, i sopravvissuti, a convertire le proprie produzioni e lanciarsi su segmenti di nicchia o in quelle attività di ricerca, sviluppo, innovazione dove l’Italia può ancora essere protagonista in Europa e nel mondo.

di Claudia Porchietto