Claudia Porchietto

La ricetta anticrisi? Specializzarsi

06.07.2012 Print

L’Italia non investe sui giovani qualificati e così resta indietro nella crescita. L’Europa, infatti, sta cercando le strade per tornare a crescere. Non a caso il tema è stato uno dei punti chiave dell’accordo di Bruxelles nella notte del 29 giugno. L’aumento della produttività del lavoro è una premessa della crescita e in questo campo l’Italia arranca: dal 1998 ha segnato un +4% contro una media europea di +15%. Per invertire il trend, dunque, bisogna innovare e per far ciò occorre investire sulle professioni più qualificate. Tuttavia se si legge il Rapporto Isfol 2012 appena pubblicato, si vede che l’Italia non sta andando in questa direzione. Lo conferma il direttore generale Aviana Bulgarelli: «A partire dal 2007, anche in recessione, gli altri Paesi hanno investito molto sulle professioni ad alto valore aggiunto, in Italia, invece, è successo il contrario, con l’effetto di una drastica riduzione dell’occupazione qualificata. Basta solo vedere il dato delle professioni tecniche, dell’industria, ma anche per esempio del settore salute, calate del 22% in cinque anni. Viceversa sono cresciute le occupazioni elementari, quelle senza grande qualificazione. Insomma, proprio nella crisi, l’Italia ha giocato al ribasso». E le proiezioni per il prossimo futuro non fanno ben sperare. Mentre infatti al 2015 si prevede una crescita occupazionale (sul 2010) del 5,5% per le professioni ad «elevata specializzazione», per la stessa data si calcola un +14% per quelle «non qualificate».

Un giovane in fase di scelta sul proseguimento degli studi dovrebbe quindi dedurne che non convenga impegnarsi, che sia preferibile cercare subito un lavoro pur se non qualificato? Crollerebbe così ulteriormente la quota di popolazione di età compresa tra 30 e 34 anni in possesso di una laurea, ferma in Italia nel 2011 al 20,3% contro una media comunitaria del 34,5%. Fortunatamente il Rapporto Isfol suggerisce ai giovani tutt’altra strada mostrando chiaramente che, comunque, anche in Italia studiare paga, sia letteralmente in termini di retribuzione, sia per la più elevata possibilità di trovare un lavoro accoppiata a una più bassa probabilità di perderlo. Nel 2010, infatti, il tasso di occupazione (15-64 anni) era del 28,8% per chi aveva la licenza elementare o nessun titolo, del 47,9% per la licenza media, del 65,7% per il diploma e del 76,4% per la laurea. Il tasso di disoccupazione, invece, era rispettivamente dell’ 11,1%, del 10,2%, del 7,9% e del 5,7%.

Sempre nel 2010 un laureato 25-34enne guadagnava in media 1.289 euro netti al mese contro i 1.100 di un diplomato. Anche se il vantaggio retributivo risulta inferiore rispetto a quello della media Ue, il maggior impegno di studio è comunque premiante anche in Italia.

Con la riforma del mercato del lavoro appena approvata diventa però ancora più evidente come in Italia si sia accresciuta in questi anni la divisione tra i lavoratori della serie A dei garantiti e quelli della B dei precari. Mentre infatti tra il 2006 e il 2007 i giovani che erano passati da un contratto a termine a uno di tipo indeterminato era del 26%, tra il 2009 e il 2010 quella quota è caduta al 22%.