Claudia Porchietto

L'Occidente deve imparare a dialogare con il nemico

05.07.2012 Print

La dimensione della politica interna è tornata al centro della scena, per almeno due ragioni. La prima è che negli Stati Uniti e in altri Paesi sono in calendario, nel 2012, elezioni cruciali. La seconda, di gran lunga più importante, è che la globalizzazione sta causando in tutto il mondo sconvolgimenti economici e grande malcontento sociale, ponendo i governi di fronte a problemi nuovi. A livello nazionale, queste dinamiche interne si ripercuotono in modo particolarmente accentuato sulla sfera della politica estera e sulle capacità di governance. Dalla difesa della solidarietà transatlantica alla gestione delle relazioni Usa-Cina, passando per le conseguenze strategiche della Primavera araba, a politici e diplomatici non mancano certo le sfide; ma ancora più difficile sarà governare la dimensione politica interna della diplomazia internazionale, in un mondo nel pieno di un tumultuoso risveglio.

(...) Non è una coincidenza che Stati Uniti ed Europa, insieme al Giappone, si trovino simultaneamente in questa condizione di disfunzionalità politica. Comune è il male perché comune ne è la causa: la globalizzazione. Questa sta producendo, nelle società aperte dell'Occidente, un crescente divario tra ciò che gli elettorati chiedono ai governanti e ciò che questi sono in grado di offrire. Il contrasto tra la crescente domanda di buongoverno e il progressivo ridursi dello stesso sta compromettendo pericolosamente il potere e la funzionalità del mondo occidentale.

Nelle democrazie industrializzate, gli elettori chiedono ai governi di trovare soluzioni al declino degli standard di vita e alle sempre più ampie disuguaglianze generate da un flusso di beni, servizi e capitali senza precedenti. Negli Stati Uniti, la causa di fondo del malessere politico è lo stato catatonico dell'economia nazionale. Dal 2008 in poi, molti americani hanno perso casa, lavoro e risparmi, dopo decenni di sostanziale stasi dei salari della classe media. Negli ultimi dieci anni, il reddito familiare medio in America è diminuito di oltre il 10%, e parallelamente le disuguaglianze economiche sono costantemente cresciute, facendo degli Stati Uniti il paese industrializzato a maggiore tasso di disuguaglianza: nel 2010, l'1% più ricco della popolazione possedeva quasi il 25% del reddito complessivo, contro un 10% scarso di metà anni Settanta. La competizione globale è stata la causa principale della tempesta abbattutasi sui lavoratori americani, che hanno visto i propri posti prendere il largo sull'onda delle delocalizzazioni produttive.

(...) Se gli Stati Uniti piangono, l'Europa certo non ride. Le opinioni pubbliche sono in rivolta contro gli effetti congiunti dell'integrazione europea e della globalizzazione. La vita politica del Vecchio continente sta subendo una progressiva rinazionalizzazione: gli Stati membri dell'Ue puntano a riappropriarsi delle loro prerogative sovrane, minacciando così il progetto d'integrazione politico-economica avviato dopo la Seconda guerra mondiale. Populismo e nazionalismo stanno erodendo il senso di destino condiviso su cui poggia il progetto europeo. Come negli Usa, alla radice del problema vi sono le condizioni dell'economia: negli ultimi vent'anni, il reddito della classe media è precipitato e le disuguaglianze sono aumentate.

Il progetto europeo è a un bivio: con i governi nazionali messi alle corde da cittadini esasperati, l'Ue ha tortuosamente e faticosamente messo a punto un piano di salvataggio dell'euro, ma questa risposta lenta e timida si scontra con l'impazienza dei mercati, esacerbando e prolungando la crisi finanziaria. La governance collettiva, di cui l'Ue ha disperato bisogno per prosperare in un mondo globalizzato, risulta scarsamente compatibile con la crescente ostilità della piazza al progetto di unificazione. Così l'Ue diventa sempre più introversa, frammentata e incapace di rappresentare quel partner valido e affidabile cui l'America anela.

Se la politica interna condizionerà le relazioni fra amici, essa giocherà un ruolo ancora più importante nei tentativi di costruire rapporti più distesi con regimi «nemici». Un tratto distintivo della politica estera di Obama è stata la prontezza nell'intavolare un dialogo con gli avversari dell'America: il presidente ha perseguito il «reset» dei rapporti con la Russia, ha puntato a stemperare la rivalità con la Cina, ha stabilito relazioni più strette con il Myanmar e ha teso la mano a Iran, Corea del Nord e Cuba. In tutti questi casi, il fronte interno si è rivelato non meno ostico dello sforzo diplomatico: parlare col nemico comporta infatti un rischio politico elevato, se gli avversari in patria sono sempre pronti a dipingere i tentativi di dialogo come una resa.

(...) Nel dialogo con gli avversari, gli ostacoli che Obama si trova a fronteggiare in patria non sono minori di quelli che lo attendono nei Paesi con cui sta tentando di costruire un rapporto più costruttivo. I Repubblicani non gli risparmiano critiche taglienti: l'opinionista conservatrice Michelle Malkin ha rinfacciato al presidente di «essersi fatto la fama mondiale di grande rabbonitore e leccapiedi numero uno»; Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca, lo ha accusato di perseguire una politica estera «irresponsabile», che configura una «vera e propria rinuncia alla leadership mondiale».

Se parare questi colpi è difficile, ancora più complicato sarà far sì che gli accordi internazionali siglati in nome del riavvicinamento passino indenni per le forche caudine del Congresso, che molto difficilmente si limiterà a un ruolo passivo. Obama ha faticato non poco per convincere il Senato ad approvare il nuovo trattato «start» sulla riduzione degli arsenali nucleari, e la sua politica di «reset» con la Russia si scontra con la costante resistenza del Congresso. (...) Come se non bastasse, Obama deve preoccuparsi della politica interna non solo a casa, ma anche all'estero: i suoi interlocutori - da Mahmoud Ahmadinejad a Vladimir Putin, passando per Raul Castro - giocano infatti costantemente in patria la carta dell'antiamericanismo per rafforzare il proprio potere. Di conseguenza, anche quando vogliono venire a patti con l'America si ritrovano ostaggio delle passioni popolari da essi stessi suscitate.

(...) Osservatori e politici occidentali dovrebbero deporre l'illusione che la diffusione della democrazia in Medio Oriente implichi automaticamente l'affermazione dei valori occidentali. È anche probabile che la voglia di riscatto e dignità che è stata alla base della richiesta di democrazia si traduca in uno spirito di rivalsa nei confronti degli Stati Uniti, dell'Europa e di Israele: in un sondaggio effettuato nella primavera 2011 (dopo la caduta di Mubarak), ad esempio, oltre il 50% degli egiziani si diceva favorevole ad annullare il trattato di pace stipulato con Israele nel 1979. In una regione come il Medio Oriente, a lungo dominata da potenze straniere, più democrazia può benissimo comportare una drastica riduzione della cooperazione strategica con l'Occidente.

In gran parte del pianeta, dunque, le dinamiche politiche interne tornano al centro della scena. Forse è giusto così, ma questo renderà molto più difficile governare gli affari di Stato. Allacciamo le cinture.