Claudia Porchietto

Fine della "Guerra Civile Fredda"

29.04.2013 Print

 La formazione del governo Letta potrebbe segnare la fine della «guerra civile fredda» (come molti l'hanno definita) che ha caratterizzato l'Italia degli ultimi vent'anni.

Un periodo nel quale la contrapposizione faziosa e ultimativa tra blocchi contrapposti ha sostituito una competizione politica anche dura ma rispettosa dell'avversario, un avversario che si dovrebbe puntare a sconfiggere nelle urne e non ad eliminare dalla vita politica. Certamente, a favore della pacificazione tra Pd e Pdl opera adesso la nascita del governo Letta, il quale per il fatto stesso della sua esistenza renderà presto difficile utilizzare di nuovo i toni aggressivi di un tempo: è arduo infatti chiamare alla lotta ad oltranza contro una parte politica se con essa si è collaborato fino a poco prima. Ma la cautela è d'obbligo, giacché non è mai facile cancellare da un giorno all'altro comportamenti, pregiudizi, automatismi mentali formatisi anno dopo anno nella lotta contro il «caimano», da un lato, oppure, dall'altro, contro i «comunisti».

Del resto, nei due principali partiti della nuova maggioranza, non tutti i parlamentari hanno accolto con favore la nascita del governo Letta: nel Pdl c'è il gruppetto di chi avrebbe preferito tornare subito alle elezioni, visti i favorevoli pronostici dei sondaggi; nel Pd vi sono esponenti che giudicano come un «incubo» il governo con Alfano (e quasi un dettaglio, dunque, che a presiederlo sia il vicesegretario del Pd stesso). Ma soprattutto c'è il fatto che, a ritenere inaccettabile ogni accordo tra Pd e Pdl, nonostante l'assenza di alternative e quale che sia la gravità della situazione economica del Paese, sono settori di opinione pubblica per anni educati (o diseducati, sarebbe meglio dire) a concepire la politica come guerra contro il «nemico».

I risultati di quest'opera di educazione all'estremismo si percepiscono a destra e a sinistra. Ma appaiono marcati soprattutto nella base del Pd per l'utilizzazione che questo partito ha fatto negli anni dell'antiberlusconismo, sia per superare (o nascondere) le divisioni politiche presenti al proprio interno sia per dare unità ad alleanze di centrosinistra altrimenti troppo eterogenee. In questo l'antiberlusconismo ha svolto a sinistra la stessa funzione di collante politico che sull'opposto versante del centrodestra veniva invece svolta dalla presenza di Berlusconi. Comunque sia, se oggi il 60 per cento degli elettori del Pd si sono dichiarati contrari a un governo con il Pdl (Corriere della Sera del 27 aprile) è perché sono stati educati per anni a pensarsi alternativi non solo politicamente, ma antropologicamente, al centrodestra.

La nascita del governo Letta consente di sperare che tutto questo stia per finire, ma ciò non potrà avvenire se tutto il Paese non cercherà di muoversi in questa direzione, ciascuno nel proprio campo e secondo le proprie possibilità. C'è una parte consistente di opinione pubblica - che per anni si è sentita chiamare alla lotta contro il pericolo di una «dittatura comunista» oppure contro il rischio di un nuovo «fascismo berlusconiano» - che va convinta ad abbassare i toni, a pensare che il nemico può tornare ad essere considerato solo un avversario. In questo l'informazione ha grandi responsabilità: quante volte in questi anni abbiamo dovuto leggere titoli che cominciavano con un «è guerra...», magari soltanto per riassumere una polemica della quale pochi giorni dopo tutti si sarebbero dimenticati. Forse bisognerà che anche le firme più autorevoli comincino a chiedersi se è giusto definire «contro natura» l'ipotesi di un accordo Pd-Pdl (così Massimo Giannini qualche giorno fa su Repubblica). Forse i conduttori di certi talk show potrebbero chiedersi se non sia il caso di radunare i loro ospiti attorno a un tavolo tondo, invece di schierarli gli uni contro gli altri, pronti ad azzuffarsi come gladiatori nell'arena.

Ma tutti dovremmo imparare ad abbassare la voce, a rispettare gli avversari, a guardare in faccia la realtà di un Paese che, nella maggioranza della sua opinione pubblica, è stanco della politica urlata e concepita come uno scontro continuo.