Claudia Porchietto

E Wall Street scopre l'incubo di un'altra crisi

25.03.2013 Print

Gli occhi di operatori e fund managers sarebbero tutti su Cipro se solo sapessero dov’è. Dopo le paure sull’Irlanda e il Portogallo, l’Italia e la Grecia, Wall Street non si aspettava certo che Cipro diventasse l’ago della bilancia dell’euro.

Nel peggiore dei casi, Cipro potrebbe essere con l’acqua alla gola già oggi, perché la Banca centrale europea ha minacciato di tagliare aiuti al sistema finanziario del Paese. Il tragitto da lì all’uscita dall’euro è brevissimo, come andare dal bungalow a una delle spiagge di Limassol.

Per gli investitori americani il fatto che fa molta paura è che un’isola la metà del Connecticut possa mettere a repentaglio l’integrità della moneta unica del più importante partner commerciale degli Usa. Un mio amico banchiere, fan delle commedie di «Austin Powers», ha ribattezzato Cipro «il Mini Me» della Grecia, molto più piccola ma non meno pericolosa.

Non fatevi illudere dalla calma relativa dei mercati azionari. Le Borse non si sono mosse granché la settimana scorsa perché la situazione cipriota è complicata, fluida e spesso indecifrabile. Quando parlo con investitori e operatori, però, non li sento calmi per niente: sono quasi tutti col dito sul pulsante del «vendere» ma aspettano notizie chiare prima di premerlo.

I problemi di Cipro sono sintomatici degli squilibri, sfasature e imperfezioni di un’Europa che continua a chiamarsi unita ed è invece sempre più sfilacciata. Il peccato originale nel caos di Cipro è stato l’accordo tra il governo e l’Unione Europea che ha imposto una tassa sui depositi bancari.

Si credevano furbi i burocrati di Nicosia e Bruxelles, pensando che le vittime principali della tassa sarebbero stati i ricconi russi che per anni hanno evitato le tasse di Putin mettendo il denaro nella Banca Laiki e Bank of Cyprus.

Ed invece si sono trovati con centinaia di persone normali in coda ai bancomat per riprendersi i loro soldi. Persino il governatore della banca centrale di Cipro Panicos Demetriades, il cui nome è tutto un programma, ha predetto che almeno il 10% dei depositi sarà scomparso se e quando le banche riapriranno questa settimana. Visto il frangente di quasi panico, la stima di Panicos sembra ottimista.

Tassare i depositi è stato un errore clamoroso. A Cipro, come a Wall Street, le banche sono sempre e comunque in competizione con i materassi. Se i risparmiatori non credono che i soldi che depositano allo sportello oggi saranno ancora lì domani, li mettono sotto al letto.

La tassa di Nicosia ha creato un’economia del materasso dall’oggi al domani, distruggendo la seconda banca di Cipro - la Laiki che non riaprirà mai più e dovrà essere salvata dal governo - e creando un circolo vizioso da cui sarà difficilissimo uscire.

La fiducia è l’ingrediente più importante per la stabilità del settore finanziario. Investitori, risparmiatori e contribuenti perdonano molto alle banche, basta pensare ai miliardi spesi dal governo americano per salvare le varie Citigroup, Aig e Bank of America durante la crisi del 2007-2009.

Ma la fede nella santità del sistema finanziario non è un bene rinnovabile. Una volta persa, non si recupera più. Ed è per questo che gente come Makis Adams, un impiegato della Banca Laiki, ha detto ai miei colleghi del Wall Street Journal che si prenderà tutti i suoi soldi ed emigrerà in Australia con moglie e due bambini. Non crede più nelle parole ormai vuote di governi e banchieri.

Cosa succederà ora? Dipende tutto da come i mercati interpretano il pasticciaccio di Cipro. La parola che nessuno vuole sentire è «contagio».

È possibile che Cipro precipiti nel caos finanziario, rimanga senza banche ed esca dall’euro senza compromettere la stabilità della moneta unica, ma solo se gli investitori sono convinti che rimarrà un caso isolato.

Persino nei momenti più bui della crisi precedente, i mercati erano rassegnati all’uscita della Grecia ma non avevano mai veramente creduto che l’Italia o Spagna fossero in pericolo. Il miracolo dovrà ripetersi per evitare che Cipro diventi il casus belli della fine dell’euro.

I super-scettici come Mark Grant, uno degli investitori americani che di Europa sa davvero, non sono convinti. «Nello spazio di due settimane siamo passati da zero parole su Cipro alla Crisi di Cipro»; Grant, che lavora per la Southwest Securities, ha scritto ai suoi clienti venerdì mattina: «Se può succedere a Cipro, può succedere in qualsiasi altro Paese della zona-euro».

Speriamo che si sbagli. Dopo il macello di Cipro, nessun governo sarà così stupido da contemplare una tassa sui depositi, questo è certo. Ma il contagio finanziario, come la donna della canzone degli U2, si muove in maniera misteriosa. Il lato negativo dell’integrazione economica europea è che i flussi di denaro possono andare da un paese all’altro o fuoriuscire dall’Ue nel giro di pochi minuti.

I risparmiatori italiani e spagnoli, in teoria, potrebbero facilmente aprire un conto in Germania e mettere i soldi lì. Così se l’euro dovesse esplodere, almeno riceverebbero solidi marchi teutonici invece di svalutatissime lire e pesetas. E le società potrebbero non solo evitare d’investire in Europa visto la totale incertezza economica e politica ma cominciare a chiudere fabbriche e uffici in molti Paesi.

Per ora in pochi sono ricorsi a questi estremi rimedi. La speranza, si dice, è l’ultima a morire e la speranza in questo caso è che l’alleanza Draghi-Merkel, possa mettere pezze alle falle europee fino a quando l’economia del continente si riprende.

Il bailamme di Cipro aggiunge un nuovo livello di difficoltà a questo atto di equilibrismo politico ed economico, e riporta in primo piano lo spettro del contagio. Da questa settimana, gli occhi del mondo sono su Italia e Spagna. Per fortuna, o purtroppo, quelle due gli investitori sanno dove trovarle sulla mappa.