Claudia Porchietto

Dagli Usa all’Ue, le ricette anti-crisi

10.09.2012 Print

L’ elezione presidenziale americana, il futuro dell’euro e le sorti d e l l ’e c o n o m i a mondiale si giocano in parte sulla risposta che cittadini, imprese e mercati daranno al semplice quesito di quanto vogliano il naso pubblico nei loro affari. In realtà, il quesito tanto semplice non è. Anzi la domanda, posta da Barack Obama, Mitt Romney, Mario Draghi, e molti altri, è a trabocchetto. È un po’ come quando il grande compositore americano Irving Berlin chiese, in una canzone famosissima negli Anni 30: «How deep is the ocean?», «Quant’è profondo l’oceano?». Non c’è una sola risposta giusta.

Non siamo più nell’era keynesiana in cui il New Deal di Franklin Roosevelt e il welfare state inglese erano modelli universali di come lo Stato - e le tasse - aiutavano i cittadini ad aiutare se stessi. E nemmeno nel periodo post-comunista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, in cui ogni intervento del governo nell’economia era visto come un atto blasfemo contro le divinità del libero mercato. Viviamo in un’epoca più fluida, con meno certezze, in cui domande a grande respiro come questa ci mozzano un po’ il fiato e portano a conclusioni diverse. In questo caso, l’Europa il governo lo vuole eccome, mentre negli Stati Uniti il Paese è spaccato in due.

Incominciamo dagli Usa. La scelta delle presidenziali del 6 novembre è tra due ricette opposte per arrestare il declino dell’impero americano e far rinascere l’economia. «Quando prendete in mano quella scheda, avrete di fronte a voi la scelta più netta della vostra generazione», ha detto Obama ai suoi giovedì notte. «Non solo tra due candidati o tra due partiti ma tra due vie diverse per l’America». Il bivio è chiaro. I repubblicani, almeno in questa fase in cui l’ala destra del partito ha molto peso, credono che il benessere nazionale possa essere raggiunto solo quando il governo si toglie di mezzo, lasciando ai mercati e alle imprese strada libera per crescere. Meno regole, meno tasse, meno spesa.

Paul Ryan, il vice-Romney con la faccia da ragazzino ma l’ideologia di ferro, l’ha spiegato anche meglio del suo capo. «La scelta è tra frenare la crescita economica o frenare la crescita del governo. Noi scegliamo la seconda opzione». I democratici scherniscono questa «trickle-down economics» in cui le ricchezze degli strati alti della società «gocciolano giù» verso le classi mediobasse. Non è per loro una politica economica in cui il governo abdica alle sue responsabilità di redistribuzione del reddito attraverso le imposte.

Bill Clinton, in un discorso d’autore, ha ricordato ai fedeli di Charlotte che, nella storia degli Stati Uniti, i presidenti democratici hanno creato milioni di posti di lavoro in più dei loro rivali repubblicani. «È aritmetica!» ha urlato due o tre volte con quel sorriso da seduttore per cui è famoso e famigerato. Il divario tra i due partiti statunitensi in materie economiche non è solo retorica da campagna elettorale: basta guardare ai numeri. Obama ha promesso che se vincerà la spesa pubblica ammonterà al 22,5% del Pil, in media, nei prossimi dieci anni. Romney parla del 20%. La differenza sembra piccola ma è più o meno di 6 mila miliardi di dollari che potrebbero cambiare completamente parti fondamentali dell’economia Usa come il sistema educativo, la sanità e le imposte. Altro che ideologia, nel segreto dell’urna gli elettori americani decideranno la direzione dell’economia più grande del pianeta.

Sull’altra sponda dell’oceano (e se non si sa quanto sia profondo…), i dubbi amletici degli americani sul ruolo del governo non ci sono. Il consenso di imprenditori, economisti e banchieri che hanno sorseggiato caffè e inforchettato pasta al summit Ambrosetti di Cernobbio in questo weekend è che Draghi e la banca centrale europea hanno ormai fatto tutto il possibile. Ora spetta ai governi intervenire per preservare la moneta unica e risollevare il continente dal baratro della recessione.

Alcuni, come il profeta del pessimismo Nouriel Roubini, vogliono che i governi intervengano in maniera decisiva per delegare ancora più poteri ad organismi sovrannazionali. Per lui, la via d’uscita dalla crisi passa per un’unione fiscale, bancaria, economica e per maggiore integrazione politica. Altri, come l’ex primo ministro spagnolo José María Aznar, sono completamente contrari a questa utopia federalistica per via delle profonde differenze culturali, storiche e di sviluppo tra Stati europei.

Ma anche chi è contro gli Stati Uniti d’Europa vuole l’intervento dei governi in questo momento difficile per la storia del continente. I Paesi membri devono agire, si sente dire sia da destra che da sinistra, per mettere in ordine i conti pubblici, imporre misure d’austerità, e far fronte ad uno Stato sociale e a un mercato del lavoro le cui rigidità sono zavorra pesantissima per l’economia europea.

Un dato abbastanza agghiacciante è emerso dal simposio di Cernobbio. Dal 1998, il costo del lavoro in Italia è salito del 41% quattro volte di più della media per la zona euro. In Germania, il costo della manodopera è addirittura sceso nello stesso periodo – una sperequazione che non era stata né prevista né auspicata alla nascita della moneta unica e che crea scompensi enormi tra Paesi ingessati dalla stessa moneta e tasso d’interesse.

Come mi ha detto un piccolo imprenditore italiano: «Con costi così è impossibile produrre in Italia. Siamo costretti ad andare all’estero». Nel suo caso, la consolazione era un gelato al marron glacé e la vista del Lago di Como. Ma per molti padroni di piccole e grandi imprese zuccheri e bellezze naturali poco possono contro la dura realtà di un’economia europea che sta arrancando dietro a tigri asiatiche, miracoli sudamericani (vedi Brasile) e persino il gigante con i piedi d’argilla americano.