Claudia Porchietto

Dalla seconda Italia una domanda di fiducia

05.09.2012 Print

Piccoli grandi focolai di protesta che con la ripresa autunnale cominciano a farsi sentire ci dicono che siamo sempre più di fronte a due Italie distinte.m C’è l’Italia della ritrovata autorevolezza internazionale, dei colloqui con Obama, Merkel, e della fiducia riconquistata del Fondo Monetario Internazionale o della Bce.

Quell’Italia, insomma, che sta cercando di affrontare temi spinosi come il debito pubblico, lo spread, e la fiducia dei mercati. Ma c’è anche l’Italia delle migliaia di ragazzi che si stanno cimentando con i test universitari senza capire se e a cosa serviranno in futuro, di altrettante migliaia che la laurea l’hanno presa ma che stanno ancora aspettando un concorso o una qualsiasi altra opportunità per progettare qualcosa che vada oltre i tre mesi. Per non parlare del milione e mezzo di giovani che hanno perso il lavoro dall’inizio della crisi, o di quelli che il lavoro ancora ce l’hanno, ma le cui aziende appaiono intrappolate in un tunnel senza via d’uscita.

Per questa seconda Italia parole come riduzione dello spread e del debito o spending review non bastano a recuperare fiducia e speranza nel futuro. Per queste persone le aperture di credito sul fronte internazionale sbiadiscono di fronte alle chiusure dei negozi che vedono ogni giorno, alla riduzione degli orari e delle risorse per asili, scuole e università, o alla crisi delle stesse aziende in cui lavorano. L’economia sempre più risicata del quotidiano sta sfibrando anche i cittadini più fiduciosi e pazienti, soprattutto tra le fasce più giovani, perché fa affievolire la loro fiducia nel futuro, la capacità di immaginare cosa potranno fare e costruire di qui a due, tre, cinque anni.

Progetti di vita che sfumano non solo per le condizioni individuali, ma anche perché c’è la sensazione che a mancare sia un progetto veramente nuovo di Paese, che non può reggersi solo su obbligazioni e tassi d’interesse, ma su scuola, ricerca, servizi, cultura. Un Paese che ambisce a migliorarsi ha bisogno di farlo su tutti i fronti: economico, sociale, culturale, perché solo così è in grado di coinvolgere e motivare tutti i cittadini lungo il percorso di cambiamento e crescita.

E invece per il momento la svolta sociale e culturale del Paese, il ridisegno profondo del suo futuro, stentano a vedersi. Non perché in questo governo non ci siano personalità in grado di delineare le linee guida e le azioni necessarie per un tale ridisegno, anzi. Ma perché alla fine l’orizzonte temporale e la forza politica di questo governo sono troppo limitati per poter dare solidità e sbocchi a tali buone intenzioni.

E’ evidente ormai che questo governo riesce a compattare i partiti che lo sostengono solo sulle emergenze macroeconomiche ed internazionali più impellenti, quelle che i partiti non erano e non sono in grado di affrontare da soli. Ma su tutto il resto – scuola, università, merito, accesso al mondo lavoro, liberalizzazione delle professioni e di altri settori dell’economia - ogni tentativo del governo ha subito il fuoco amico e nemico di quasi tutti i partiti politici, lasciando sul campo brandelli di annunci e retromarce che altro non fanno che aumentare la confusione dei cittadini.

Ma quello che forse scoraggia più di ogni altra cosa non è tanto la consapevolezza dei limiti dell’attuale governo, da cui in fondo molti non si aspettavano più di una gestione dell’emergenza nei pochi mesi disponibili, ma la totale assenza di un progetto organico ed innovativo nelle proposte dei partiti politici in campo. Mancano pochi mesi alle elezioni e tutto quello che il dibattito politico è stato in grado di offrirci sono insulti, litigi e schermaglie, lotte più o meno velate per poltrone, leadership e candidature. Non una traccia di piattaforma economica e sociale, non un progetto credibile, coerente e realizzabile che possa ridare speranza soprattutto alle generazioni più giovani. Solo qualche rivendicazione per assecondare le esplosioni di disagio contingente, puntando il dito contro questo o quel nemico, invocando improbabili aiuti e sussidi statali - gli stessi che ci hanno portato alla situazione attuale. Ma nessun partito che abbia ammesso gli errori passati ed elaborato proposte nuove. Questa situazione non fa che aumentare la distanza tra le due Italie, ed è uno scollamento molto pericoloso perché rischia di sminuire e far rimettere in discussione anche i risultati ottenuti in questi mesi sul fronte macroeconomico ed internazionale. E’ quindi urgente riallineare al più presto il programma di risanamento economico con un progetto di profondo rinnovamento sociale, culturale e politico che torni a far sentire i cittadini protagonisti e non vittime impotenti di un passaggio difficile ma cruciale per la crescita del Paese.