Claudia Porchietto

Pagamenti in ritardo e banche, due cose che si possono fare

10.08.2012 Print

Il commento ricorrente è che i nodi stanno arrivando al pettine. L'allarme della Bce sul rischio di insolvenza delle imprese italiane non può essere catalogato come un fulmine a ciel sereno. Sia le organizzazioni di categoria sia le banche hanno ben presente la situazione e non si fanno certo illusioni. Ma l'input di Francoforte costringe un pò tutti a uscire allo scoperto. E' il classico caso del «re è nudo». Prendiamo le Bcc, le banche di credito cooperativo che nei primi anni della crisi hanno guadagnato spazi di mercato in virtù della loro maggiore vicinanza con il territorio. Nel periodo che va dal marzo 2011 al marzo 2012 per loro le sofferenze sono salite del 22% contro una media dell'intero sistema bancario del 14%. Ma se dai flussi passiamo allo stock, rassicura il presidente Alessandro Azzi, i numeri sono sotto controllo. I crediti difficili sono il 5,3% per le Bcc e il 5,5 per la media-sistema. «Per tanto tempo, da brave formichine, abbiamo accumulato patrimonio e quando è arrivato l'inverno abbiamo tenuto fede al nostro ruolo. Non siamo degli incoerenti o dei paurosi».

Quali che siano i numeri i Piccoli non hanno reagito con favore al bollettino della Bce. Paventano che finisca per spingere le banche ad essere ancora più caute e a preferire i Btp alle imprese. Nei quattro anni della crisi il credito concesso agli artigiani è già calato del 10% e nemmeno le banche straniere che operano in Italia, ma hanno la maggior parte della raccolta nei loro paesi di origine, si sono rese più disponibili. La Deutsche Bank grosso modo impiega in Italia solo quello che raccoglie sul nostro mercato, eppure la differenza di costo della raccolta tra Italia e Germania è anche di cinque punti meno cara dalle parti di Berlino. In qualche caso, vedi l'edilizia, gli istituti di credito — italiani e stranieri — applicano una stretta ancora più vigorosa, il settore viene quasi evitato perché considerato pericolosa fonte di sofferenze. Molto ci sarebbe da fare e da cambiare sul piano delle relazioni tra banca e imprese, dopo gli anni delle aggregazioni e del tourbillon dei gruppi dirigenti gli istituti di credito hanno perso il polso della situazione e non è un caso che tutte le riorganizzazioni dei big player ruotino attorno al recupero del rapporto con il territorio.

Particolarmente significativo il caso di Unicredit che, dopo aver teorizzato e perseguito la logica del "bancone", ha appena varato un diverso indirizzo centrato sull'articolazione. Ma tra l'implementazione delle strategie dei grandi gruppi e i tempi della malattia delle Pmi il rischio di un timing diverso è fortissimo. Le banche, per bocca del presidente dell'Abi, sostengono di non aver fatto mancare i capitali alle imprese e comunque segnalano che la richiesta di credito per investimenti è scesa drasticamente. Le repliche non mancano come quella di Fabio Bolognini, uno dei blogger più seguiti dalle Pmi, che da tempo contesta Giuseppe Mussari e sostiene che il ritornello «non c'è domanda di credito perché non ci sono investimenti» è fuorviante. «La domanda di credito c'è, per il circolante e per ristrutturare il debito. Oggi assicurare il circolante assomiglia a un investimento visto che a monte la pubblica amministrazione non paga i suoi debiti».

Sarà un tormentone ma il tema dei mancati pagamenti è purtroppo ancora centrale. Il governo ha sbloccato il dossier ma i tempi di afflusso reale dei soldi alle aziende si stanno rivelando lunghissimi. L'inerzia la fa da padrona. Il percorso che prevede la certificazione del credito e la sua successiva bancabilità si sta rilevando complesso, con troppe stazioni intermedie e diversi capistazione che non collaborano. Per avere qualche risultato concreto bisognerà aspettare dicembre 2012 e non tutti possono permetterselo. In più le amministrazioni non hanno cambiato cultura dei pagamenti. Le associazioni romane degli artigiani hanno sollevato il caso dell'Acea, che continua a fare bandi di gara che prevedono il pagamento a 150 giorni dalla conclusione dei lavori. Una contraddizione con quanto affermato dal governo in tutte le sedi e con l'intenzione (conclamata) di recepire la direttiva europea che restringe i tempi di pagamento a 60 giorni.

Ma le sofferenze riguardano solo le piccole? Purtroppo no. Conferma Gregorio De Felice, capo economista di Intesa SanPaolo: «Il fenomeno investe le medie imprese e anche quelle di successo. Perché è vero che i distretti, il nostro made in Italy, è riuscito a tenere o addirittura a incrementare le quote di export, ma lo ha fatto a danno della redditività. E pur avendo queste aziende le spalle larghe è evidente che non si tratta di una situazione protraibile all'infinito». E allora è chiaro che di fronte a questi interrogativi il governo venga tirato in ballo. La drammatizzazione del ministro Elsa Fornero sull'autunno caldo non è stata accolta da grandi applausi, alcuni l'hanno considerata pleonastica e altri poco incoraggiante. L'editoriale dell'«Unità» di ieri accusava il ministro Corrado Passera di immobilismo.

Gli industriali degli elettrodomestici hanno dichiarato di non essere stati nemmeno ricevuti. Il decreto sviluppo, dal canto suo, è stato sicuramente positivo ma le misure più significative sono rivolte alla ristrutturazione delle case e comunque la cifra di 80 miliardi che si sarebbero dovuti mettere in moto grazie a quelle misure si è rivelata una boutade. In più continuano a circolare riepiloghi dei «160 punti di crisi» che catalogano insieme situazioni assai diverse tra loro. Che senso ha mettere nello stesso calderone casi incancreniti con Cassa integrazione erogata da anni nella pura tradizione dell'assistenzialismo e riorganizzazioni aziendali come quello della Parmalat, azienda in salute, i cui nuovi azionisti (poco simpatici in verità) vogliono ristrutturare gli impianti presenti in Italia? In teoria il governo per ricondurre a sé tutta la materia dei rapporti banca-impresa potrebbe usare (anche) lo strumento dell'Osservatorio del credito, previsto dalle norme approvate e mai istituito. Ma nessuno lo chiede, perché nessuno ci crede. Ove mai nascesse, in quella sede ognuno andrebbe a sostenere le sue ragioni e basta.