Claudia Porchietto

La Merkel ci vuole comprare

06.08.2012 Print

I mercati hanno sempre ragione. Riassunto delle puntate precedenti: tutto parte da Maastricht e dagli errori di costruzione dell’euro, da cui sono derivati, dopo la crisi greca, comportamenti intransigenti ed egoistici da parte di alcuni Paesi, “formiche” – come la Germania, che pur hanno beneficiato, negli ultimi 10 anni, di un tasso di cambio di fatto favorevole, nella totale assenza di politiche redistributive – e comportamenti “lassisti” da parte di altri paesi, “cicale” – come Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna, che non hanno utilizzato i vantaggi derivanti da tassi di interesse e da tassi di inflazione più bassi rispetto al proprio merito di credito per consolidare i loro conti e avviare le riforme necessarie.

A ottobre 2009, la Grecia fa scoppiare la bolla e le contraddizioni vengono a galla e la speculazione internazionale inizia a interessarsi non solo dell’economia ellenica, ma anche, e soprattutto, della reattività dell’eurozona. Reattività insufficiente che si caratterizza come il vero punto debole dell’intero sistema euro: da quell’ottobre fatidico l’Unione Europea inizia a rispondere sempre troppo poco e troppo tardi alle ondate speculative e le istituzioni comunitarie si rivelano non sufficientemente forti e mature. Per la speculazione internazionale questa è la grande occasione. Far soldi su una costruzione rigida, imperfetta e un po’ stupida: l’euro. Risultato: chi è nel mirino ha pagato oltre le proprie colpe, mentre chi è rimasto fuori ci ha guadagnato oltre i propri meriti.

Dalla crisi greca ad oggi l’unione europea a trazione tedesca ha compiuto almeno 6 errori.

Primo errore: quasi senza discussione, o senza alternative, viene elaborata la ricetta dei “compiti a casa” voluta dalla Germania, secondo la quale la responsabilità della crisi è solo dei Paesi sotto attacco, che devono risanare in fretta i conti pubblici: l’euro non c’entra. Non c’è stata alcuna riflessione critica su questo tipo di impostazione e sulle sue conseguenze. E mal ce ne incolse.

Secondo errore: dalla non soluzione dei problemi della Grecia, che continuano a trascinarsi ormai da 3 anni, deriva il primo contagio (Irlanda e Portogallo), a cui l’Europa tedesca risponde con la solita teutonica, luterana, fermezza: compiti a casa. Zitti e mosca.

Terzo errore: palesamento ufficiale dell’impotenza europea nella riunione del Consiglio del 23-24 giugno 2011, preludio al secondo contagio (Italia e Spagna). Anche in questo caso le istituzioni europee rispondono con il solito mantra moralistico. Per il nostro Paese i compiti a casa sono contenuti nella lettera della BCE all’Italia del 5 agosto e nella (spintanea) lettera d’intenti che il governo italiano ha inviato ai presidenti di Consiglio e Commissione europea il 26 ottobre. Siamo nel pieno del sangue, sudore e lacrime, nel pieno della colpevolizzazione calvinista dei Paesi sotto attacco speculativo. Errore che trova numerosi alleati anche nell’establishment del nostro Paese, nelle forze politiche che pensano di trarre profitto da questa occasione per fare cadere il governo. Avranno modo di ricredersi amaramente.

Quarto errore: mentre la dottrina “della colpa” è in piena implementazione, lo spread non accenna a diminuire. A supporto della strategia tedesca interviene, quindi, la Banca Centrale Europea, accompagnando la politica dei compiti a casa con 2 maxi aste di finanziamento a breve termine e a tasso di interesse ridotto alle banche, per 1.000 miliardi di euro. Ma, finiti questi interventi, a marzo 2012 tutto torna come prima. Il sistema non regge. Riparte l’attacco alla Spagna e all’Italia.

Quinto errore: finalmente si fa strada il convincimento che in Europa il problema non sia tanto quello della finanza dei paesi sotto attacco speculativo, quanto l’architettura imperfetta dell’euro e la debolezza politica dell’Unione. Comincia a trovar spazio l’idea che dall’euro si possa anche uscire. Seguono le reazioni dei soliti benpensanti nordeuropei sull’irreversibilità della moneta unica, cui non seguono fatti concreti. Né si può dire che abbia avuto effetti l’ottimo documento che i quattro presidenti di Consiglio europeo, Commissione europea, Banca Centrale Europea ed Eurogruppo hanno presentato ai capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles il 28-29 giugno, ove sono previste unione bancaria, economica, politica e fiscale nell’eurozona, ma che è rimasto lettera morta.

E veniamo al sesto errore. Si registra un’impasse: da un lato i Paesi nordici, soi-disant virtuosi, intransigenti, che tirano sempre più la corda – Bundesbank in testa – dall’altro i Paesi come Italia e Spagna, che i compiti a casa li hanno fatti e che non sono in grado o non vogliono accettare ulteriori, inutili, sacrifici. In quest’impasse aumentano i sentimenti antitedeschi, antieuropei e si fanno sempre più numerose le aspettative e i timori di un’uscita dall’euro.

A ben vedere, oggi è la stessa impasse ad alimentare la sfiducia dei mercati che si trasforma in spread, sulla base di un effetto che è stato chiamato, all’interno della BCE, “rischio di reversibilità”, vale a dire il premio che in questa fase i mercati chiedono per investire ancora in titoli (soprattutto a lungo termine) che potrebbero essere rimborsati in moneta nazionale piuttosto che in euro, in ragione del sempre più probabile fallimento delle politiche di risanamento. Questo premio viene valutato, per l’Italia, ma anche per la Spagna, in 200-300 punti base sui 500-600 di differenziale dei rendimenti dei propri titoli di Stato rispetto agli equivalenti tedeschi. Il “rischio reversibilità” è il prodotto dell’egemonismo della Germania, che ha tirato troppo la corda e che con questo atteggiamento ha finito per alimentare la crisi, impedendo qualsiasi soluzione.

Che fare dunque? Intanto occorre una grande operazione verità: queste cose vanno dette e vanno dette con estrema chiarezza. Oggi il “rischio reversibilità” è totalmente attribuibile alla Germania e alle politiche economiche sbagliate che essa ha imposto e continua a voler imporre a tutta Europa, con buona pace dell’inutile Barroso. Lo ha fatto intuire anche il presidente della Bce, Mario Draghi, tra le righe della sua ultima, difficile conferenza stampa.

Operazione verità vuol dire non essere più disposti al gioco perverso della Germania di Angela Merkel. Operazione verità vuol dire non accettare la polpetta avvelenata del Fondo Salva-Stati, nelle sue varie forme, con le conseguenti, inaccettabili, perdite di sovranità. Operazione verità vuol dire, per quanto riguarda l’Italia, dichiarare ai mercati e all’Europa che, in attesa che le istituzioni comunitarie facciano i loro compiti a casa, noi saremo in grado di fare da soli. Operazione verità vuol dire che l’Italia non può subire nessun altro vincolo, nessun’altra imposizione, nessun’altra manovra, vista la solidità della propria finanza pubblica, il proprio avanzo primario, visto il pareggio di bilancio nel 2013. Ed è in questa reazione orgogliosa e razionale al vicolo cieco in cui ci ha cacciato la Germania che va inserito un plus di credibilità che nessuno ci ha chiesto: avviare fin da subito una forte e immediata strategia shock di attacco al nostro debito pubblico.

In tal modo l’Italia può acquisire una posizione negoziale fortissima dicendo a chiare lettere che non ha alcuna intenzione di proseguire sulla strada della spirale recessiva. Che non ha alcuna intenzione di vendere i gioielli di famiglia, come vorrebbe qualcuno nel mondo tedesco, con qualche interessata sponda anche in Italia. E che manterrà questa posizione a qualsiasi costo, fino alle estreme conseguenze, fino all’uscita dall’euro. Mai lascerà fare affari ai predatori con la tripla A, che parlino inglese, francese o tedesco.

Ora tocca alla Germania ridurre, fino all’eliminazione, il “rischio reversibilità” che essa stessa ha prodotto. Sarà in grado di farlo? Darà finalmente il via libera all’unione bancaria, economica, politica e fiscale? Consentirà di attribuire alla Bce il ruolo di garante di ultima istanza, come tutte le altre banche centrali del mondo? I mercati hanno sempre ragione.