Claudia Porchietto

La televisione pubblica viene vista anche come uno strumento di educazione, di unificazione del paese.

04.08.2012 Print

La televisione pubblica viene vista anche come uno strumento di educazione, di unificazione del paese. Il giorno dopo la chiusura delle Olimpiadi di Londra, lunedì 13 agosto, con una coraggiosa e apprezzabile scelta editoriale, Rai1 trasmetterà in seconda serata un documentario di Duilio Giammaria intitolato “Nel cuore della Cina: Matteo Ricci”. È la storia affascinante del padre gesuita che alla fine del Cinquecento, nella sua opera di evangelizzazione, fu il primo occidentale a essere accolto nella “Città Proibita” e poi fu sepolto a Pechino dove morì nel 1610. Ma è soprattutto la riscoperta storica di un antico legame fra l’Italia e la Cina che risale all’epopea di Marco Polo, mentre tutto il mondo prova oggi a mettere radici oltre la Grande Muraglia in cerca di relazioni, affari, nuove opportunità economiche e commerciali.

Proiettato in anteprima a Roma, alla presenza dell’ambasciatore DingWei e del nostro ministro degli Esteri, Giulio Terzi, il documentario di Giammaria è una produzione Rai1, Tg1 e Rai World, di cui è amministratore delegato Claudio Cappon, in collaborazione con la tv cinese Cctv. E sarà trasmesso anche da questo network, dopo la programmazione sulla nostra prima rete e sul canale Rai Storia. Ecco, dunque, un bell’esempio di quello che il servizio pubblico può fare per coltivare la propria missione e il proprio ruolo istituzionale, nell’interesse generale del Paese, contribuendo così alla sua crescita culturale e sociale.

Ma quello di padre Matteo Ricci non è certamente un caso isolato. La nostra storia nazionale è prodiga di vicende, episodi, personaggi, che continuano a dare lustro all’immagine dell’Italia. E ancor più la nostra cultura: dall’arte alla letteratura, dalla musica al teatro. Questo è un grande deposito di contenuti a cui deve attingere la televisione di Stato per educare i cittadini alla conoscenza, oltre naturalmente a informarli e intrattenerli, distinguendosi dalla tv privata e valorizzando la propria identità.
Quando si parla di servizio pubblico spesso se ne mette in dubbio la legittimità e la funzione. Serve ancora al giorno d’oggi? E a quale fine? C’è, insomma, una “ragion d’essere” che ne giustifica tuttora la presenza? Sono dubbi e domande che trovano un fondamento proprio nell’omologazione al ribasso sul modello della tv commerciale.

Eppure, recentemente a Strasburgo l’Assemblea generale della Uer, l’associazione dei servizi pubblici radiotelevisivi d’Europa in cui la Rai è rappresentata dall’ex direttore generale Cappon, ha approvato all’unanimità un documento sui “Valori del servizio pubblico” che per la prima volta coinvolge e impegna tutti i 65 broadcaster dell’Unione. Si tratta, per ora, di una dichiarazione di principi. Ma rappresenta comunque un primo passo concreto verso un prototipo comune di radio e televisione pubblica: un complesso editoriale, culturale e industriale che viene seguito quotidianamente da oltre 150 milioni di cittadini europei e investe risorse per più di 30 miliardi di euro all’anno.

In attesa che il progetto Uer si sviluppi nei prossimi mesi, avviando anche un monitoraggio sulla coerenza tra la missione e i comportamenti effettivi dei broadcaster pubblici nei rispettivi Paesi, la “carta di Strasburgo” individua intanto alcuni capisaldi: universalità, indipendenza, eccellenza, diversità e pluralismo, affidabilità, innovazione. Possono sembrare scatole vuote, ma in realtà sono valori che costituiscono un codice genetico. Basta rapportarli al degrado della Rai, per rendersi conto della loro rilevanza e segnalarli all’attenzione del nuovo vertice di viale Mazzini.

È significativo che il documento europeo si concluda con la richiesta concorde di una “precisa legislazione”, di un “adeguato e sostenibile finanziamento” e di una “governance professionale”, per salvaguardare l’indipendenza editoriale e assicurare i più alti standard produttivi. Per quanto riguarda l’Italia, forse bisognerà aspettare che l’Europa detti legge anche in questo campo per modificare finalmente la normativa sulla televisione e in particolare su quella pubblica. Ma, eventualmente, sarà il prezzo che dovremo pagare ancora una volta all’insipienza e all’inadeguatezza dei nostri politici.