Claudia Porchietto

L'equilibrio tra politica ed economia

25.07.2012 Print

Le vittime facilitano il compito dell’assassino perché sono incapaci di coordinare una comune azione di difesa: uccisi uno a uno a causa della loro diffidenza reciproca. Come i dieci piccoli indiani della novella, anche i diciassette Paesi dell’euro sembrano non riuscire a compiere quei passi, politici, che gli consentirebbero di poter contrastare più efficacemente gli attacchi della speculazione. Da più parti si sostiene con ottime ragioni che solo un’Unione che appaia più profonda e irreversibile può convincere la speculazione che si guadagna di più scommettendo a favore dell’euro e sul suo futuro invece che contro. Perché ciò possa avvenire, però, i nostri diciassette piccoli indiani dovrebbero iniziare a ricordarsi di appartenere a una sola medesima tribù, quella di Eurolandia, e comportarsi di conseguenza.

Dovrebbero soprattutto iniziare a capire che sotto attacco da parte della speculazione non c’è solo la moneta unica, la stabilità finanziaria, le prospettive economiche delle future generazioni. In gioco c’è la stessa democrazia poiché, come osservava ieri Mario Deaglio nel suo commento per La Stampa, nel «duello tra finanza e democrazia» un principio deve essere mantenuto fermo: che «le democrazie hanno il dovere di pagare i debiti ma anche il diritto alla non interferenza dei creditori nei loro affari». Non basterà certo l’accordo tra i soli Paesi della zona euro a ridefinire i rapporti tra politica ed economia, tra la democrazia e il mercato. Affinché possano essere adottate le misure necessarie per evitare che la speculazione finanziaria finisca per affossare le economie reali, le società che le esprimono e le istituzioni politiche che governano le une e le altre occorrerà che tutti i Paesi dell’Unione e, dopo le elezioni di novembre, anche gli Stati Uniti si muovano in maniera coordinata, rammentando che proprio l’aver saputo mantenere in equilibrio democrazia e mercato, le ragioni dell’ oikos e quella della polis , fu alla radice dello straordinario successo arriso all’Occidente nel secondo dopoguerra.

Se consideriamo il periodo che va tra il 1929 e il 1989 come una sola grande stagione – aperta dalla crisi del sistema capitalista internazionale e chiusa dal crollo della sua proposta antagonista rappresentata dal comunismo – è possibile osservare una spinta alla redistribuzione della ricchezza (fino al termine degli Anni 70 negli Usa e in Europa occidentale) associata a un progressivo allargamento della partecipazione politica libera ed effettiva (la cui ultima ondata coincide col crollo del Muro di Berlino). A un modello di economia liberale «temperata» (in cui le istituzioni pubbliche limitavano gli effetti più devastanti delle oscillazioni del mercato) era associato un modello politico fondato sulla democrazia di massa, capace di sconfiggere i paradigmi autoritari di destra (prima) e quello totalitario di sinistra (poi) che avevano offerto delle alternative illiberali alla sfida dell’inclusione dei ceti popolari nel circuito politico. I due modelli – quello economico e quello politico – si sorreggevano e si integravano vicendevolmente. In altri termini, le scelte di politica economica adottate per uscire dalla crisi innescata dal «giovedì nero» del 1929 furono tutt’altro che indifferenti per il consolidamento del modello democratico come «standard» politico occidentale.

Oggi, le modalità con cui usciremo da questa lunga crisi, le scelte e le non-scelte di politica economica che adotteremo o scarteremo, avranno ripercussioni decisive sullo «standard democratico» con cui l’Occidente si governerà nei decenni a venire. Finora, al riparo dei loro spread, i Paesi finanziariamente più solidi hanno prestato orecchio da mercante a queste argomentazioni. Paradossalmente, il declassamento dell’outlook economico generale di Germania e Olanda da parte di Moody’s potrebbe iniziare a far capire anche ai loro governanti che solo muovendoci insieme e tempestivamente potranno evitare che il Bundestag e il suo omologo olandese siano semplicemente gli ultimi due Parlamenti europei a dover ammainare la bandiera della democrazia politica per non averla saputa rifondare su scala continentale quando ancora era possibile. Può apparire provocatorio riaffermare la necessità di un primato della politica in un Paese come il nostro, in cui i partiti che appoggiano il governo Monti si baloccano con l’idea demenziale di elezioni anticipate, adducendo la speciosa spiegazione che «il quadro si va logorando», cioè che loro potrebbero decidere di far saltare il banco. Ma il tempo delle scelte decisive è ora, ora o mai più. Perché se è vero che «lo statista guarda alle prossime generazioni mentre il politico alle prossime elezioni» occorre pur ricordare che la speculazione, purtroppo, si accontenta di guardare alle prossime 24 ore…