Claudia Porchietto

E' presto per il funerale al posto fisso

24.07.2012 Print

E’ presto per decretare il de profundis del posto fisso, anche se molti ne cantano il requiem da tempo. Le apparenze possono ingannare ma il posto fisso è vivo, ha qualche acciacco, ma non è affatto morto. I media hanno lanciato l’allarme, ma se guardiamo con attenzione i dati Unioncamere pubblicati ieri e strillati da radio e tv (dicono che solo un’assunzione su cinque è a posto fisso, il resto è precarietà), ci accorgiamo che non si tratta di dati a consuntivo ma di attese: nel terzo trimestre 2012, luglio, agosto e settembre prossimi, le imprese prevedono di assumere soprattutto con contratti a tempo determinato e flessibili. Si tratta del periodo in cui trionfa il lavoro stagionale e in cui, ci auguriamo, grazie al turismo, molti troveranno un po’ di lavoro. Le aspettative però sono intenzioni, non dati di fatto, importanti indicatori ma percezioni che possono cambiare.

La seconda osservazione è che, così come non si deve fare confusione tra lavoro e posto, altrettanto, insegnano gli economisti, non bisogna confondere lo stock con i flussi. Il rapporto tra lavoro fisso e lavoro flessibile nel nostro paese, che come sappiamo non brilla nel monitoraggio dei fenomeni e del mercato del lavoro, è oggi stimato, secondo una sorta di ferrea legge di Pareto, in 80 a 20: vuol dire che i contratti a tempo indeterminato complessivamente sono la stragrande maggioranza dei contratti di chi è al lavoro (80%), mentre lo stock di contratti flessibili e precari è al 20%. Se lo stock rappresenta il magazzino del lavoro, il flusso ne fotografa le tendenze.

E’ quindi vero che i contratti a termine nelle diverse forme sono in aumento, ma la struttura dell’occupazione italiana è molto più solida e stabile delle percezioni e dei flussi. Il posto fisso, in realtà il lavoro fisso, è vivo e vivrà, anche perché le imprese conoscono bene le soglie di flessibilità, oltre le quali non hanno interesse ad andare. Il campione Unioncamere è poi rappresentato da 60 mila imprese private di industria e servizi, in maggioranza sopra i 50 dipendenti, mentre noi sappiamo che numerose assunzioni avvengono in aziende sotto i 10-15 dipendenti: le imprese sondate sotto i 49 dipendenti sono il 3,9% del campione.

Leggendo con attenzione la qualità dei dati ci accorgiamo di altri fenomeni in chiaroscuro: cresce la richiesta di personale high skills e a elevato titolo di studio, cala la richiesta di generici, segno di una mutazione professionale in corso; ma nello stesso tempo persiste la difficoltà di reperimento di molte figure professionali soprattutto tecniche: se la media è il 15%, per alcune figure la difficoltà di trovarne il profilo supera il 35% (operai specializzati, operai provetti metalmeccanici), con punte per specialisti della salute (46%), tecnici informatici e della produzione (47%), tecnici di marketing e logistici (61,2%), specialisti in gestione d’impresa (64,5%). Un terzo delle entrate previste infine riguarda i giovani sotto i 29 anni, mentre cresce di tre punti la previsione di assunzione di donne (una su quattro è rosa).

Restano sullo sfondo le inadeguatezze della formazione, che non forma chi viene richiesto dal mercato, e della rete dei servizi all’impiego (chi ha un posto se lo tiene stretto perché perdendolo teme di non essere aiutato a trovarne un altro): il diritto al lavoro sarà sempre più diritto ai servizi per il lavoro. Mentre persiste il paradosso e lo stigma della somministrazione: quella a tempo indeterminato (chiamata spregiativamente staff leasing) viene ferocemente osteggiata; eppure, in questo caso, il lavoro sarebbe fisso e il posto mobile.