Claudia Porchietto

I soldi di Ibra e la teoria del "giusto stipendio"

20.07.2012 Print

Nell'anno IV della Grande Crisi è quasi scontato indignarsi per il superstipendio che il signor Zlatan Ibrahimovic percepirà dal suo nuovo club, il Paris Saint Germain. I 16,2 milioni di euro l'anno di ingaggio fanno a pugni con l'etica e persino con il buon senso. Del resto una corrente di pensiero piuttosto ampia sostiene che proprio la pessima distribuzione del reddito sia una delle cause della mancata ripartenza delle economie occidentali. Quindi non ci resta che consegnare Ibra al Fisco transalpino e vedere che cosa ne esce fuori, fino a che punto i Befera parigini si spingeranno a tassarlo in nome dell'égalité e fino a dove i suoi datori di lavoro, la Qatar Investments, si faranno carico delle imposte pur di non contrariare l'irascibile Zlatan.

Siccome però considero l'indignazione un sentimento quanto meno parziale, varrà la pena affrontare il caso Ibra-Psg anche da un altro punto di vista. La domanda clou potrebbe essere questa: se il calciatore svedese con il suo lavoro creasse valore e ricchezza attorno a sé e questo surplus si spalmasse su un consistente numero di persone perché dovremmo indignarci davanti al suo super emolumento? Anzi, dovremmo ringraziare il nuovo Re Mida cresciuto nei sobborghi di Malmoe.

Il guaio, però, è che il mercato dell'intrattenimento calcistico è largamente imperfetto. Tale da rendere difficile anche la risposta «contabile» al quesito di prima. Un calcolo assolutamente spannometrico ci porta a dire che il Psg per rientrare dei soldi dati a Zlatan dovrebbe vendere in un anno 450 mila magliette in più. Ma è chiaro che i vantaggi della squadra parigina non possono essere solo misurati con il metro delle magliette vendute e comunque lo stipendio di Ibra è una delle spese previste dal presidente Nasser Al Khelaifi (si parla di un budget di 200 milioni) per sperare di vincere la Champions League. Ed è proprio qui che si nasconde la verità. Come ha spietatamente sottolineato il procuratore Mino Raiola, una sorta di Gordon Gekko del calcio, ci sono solo tre squadre che oggi possono girare con il portafoglio aperto: il suddetto Psg, il Manchester City dello sceicco Mansour e il Chelsea dell'oligarca russo Roman Abramovich (tutte e tre allenate, guarda caso, da italiani). Per le altre, comprese le spendaccione Barcelona e Real Madrid, il futuro è quantomeno grigio e anzi lo stesso Raiola ha predetto che nel giro di un paio d'anni le due squadre iberiche falliranno visto che le banche che le hanno ampiamente sussidiate dovranno comunque rientrare dei loro soldi. Delle squadre tedesche manco a parlarne, nel novero dei club più prodighi di ieri e di oggi non compare nessuna squadra germanica nonostante la supremazia economica che il Paese di Frau Merkel esercita pressoché incontrastata sul Vecchio Continente. Né il Bayern Monaco né i rivali del Borussia Dortmund si sarebbero mai avventurati a pagare uno stipendio simile.

Morale della favola: quella del calcio nonostante il suo straordinario appeal - l'Unicredit sponsorizza Champions ed è molto soddisfatta - è una non-industria. E la teoria della creazione del valore applicata a Ibra non funziona. La Qatar Investments, Abramovich e lo sceicco Mansour sono dei soggetti extra sistema, possono amabilmente infischiarsene dell'equilibrio tra costi/ricavi e del fair play finanziario professato dalla Uefa di Michel Platini. Zlatan in questo contesto è un mero oggetto del desiderio e quindi il prezzo della sua prestazione può essere calcolato solo in termini di affezione. Il mercato (purtroppo) non c'entra, non si riuscirà mai a dimostrare se quello stipendio alla fine avrà prodotto valore aggiunto o no.

Ps. Samuel Eto'o prende ogni anno dai russi dell'Anzhi 20 milioni ma l'opinione pubblica locale, si sa, in materia di cattiva distribuzione del reddito è più disattenta di quella francese.