Claudia Porchietto

Non solo cure monetarie il riscatto passa dalla politica industriale

16.07.2012 Print

Dalla crisi non si esce con sole misure monetarie. Risanare la finanza pubblica, tagliando spese e magari anche aumentando le entrate è indispensabile, perché il debito pubblico continua a crescere e quindi abbiamo bisogno di tutelare il nostro merito di credito. Ma i nostri creditori non sono ciechi: vedono bene che tagli di spese e aumenti di tasse soffocano l'economia e comprimono il reddito nazionale, l'unica fonte da cui può provenire il rimborso finale.

E quando l'entità e la distribuzione dei sacrifici alimentano la protesta sociale, i creditori cominciano a temere che il Paese non possa e non voglia rimborsare i propri debiti. Questa è la vera base su cui poggiano gli spread elevati di Spagna e Italia, senza la quale la speculazione e le imperfezioni del mercato dei debiti sovrani non potrebbero, da sole, costringere l'Italia, che ha un avanzo primario pari al 3,4% del Pil, il doppio della Germania, a pagare tassi di interesse da Paese in dissesto.

Si esce dalla crisi solo se si risana anche l'economia reale. Anche perché da lì viene la causa prima della crisi finanziaria che ha scatenato la depressione economica che opprime il mondo. I disavanzi commerciali e finanziari dei Paesi sviluppati sono stati troppo a lungo compensati con strumenti finanziari che hanno creato eccessi di liquidità e bolle speculative che alla fine sono esplosi. Detto in altri termini, non c'è speranza di continuare a sostenere divari di tenori di vita, tra noi e i Paesi emergenti, che non sono più giustificati da divari di produttività.

I vecchi espedienti, anche usati in combinazione tra loro, non funzionano più. Stimoli monetari alla domanda, protezione delle produzioni nazionali, blindatura dei posti di lavoro, un tempo efficaci, oggi producono effetti immediati e perversi: sfiducia verso i governi che stimolano artificialmente la domanda o la sorreggono con la spesa pubblica, aggravamento della competitività del Paese che protegge produzioni nazionali inefficienti, necrosi dei settori in cui si blindano i posti di lavoro. Ma i Paesi sviluppati hanno ancora la possibilità di esprimere divari di produttività sufficienti a giustificare e sostenere il loro tenore di vita.

Per convincersene basta guardare ad alcuni paesi del Nord Europa, che ci riescono benissimo a livello nazionale. Senza andare così lontano, possiamo guardare ai molti esempi che questo giornale, con il dorso Impresa&Territori, documenta quotidianamente. Eccellenza tecnologica e qualitativa, qualificazione professionale, snellezza e efficacia organizzativa sono gli ingredienti base endoaziendali del successo: efficienza delle reti e dei sistemi logistici e amministrativi, rapidità decisionale dei decisori pubblici, limpidezza e stabilità delle regole sono gli ingredienti di successo esterni all'impresa. Il problema dell'Italia, e di gran parte dell'Europa, è che questi ingredienti sono insufficientemente presenti.

Fare ripartire l'economia reale significa agire su questi temi. Fare politica industriale, oggi, non può più significare sostenere le aziende decotte, ma neppure addossare all'operatore pubblico l'onere di scelte e iniziative che devono poi autonomamente riscuotere successo applicativo. E tuttavia il campo in cui l'operatore pubblico può e deve vantaggiosamente intervenire è vasto e importante, perché riguarda tutte le attività in cui la dimensione privata è insufficiente o non consente all'operatore di appropriarsi dei benefici del proprio investimento in misura adeguata a rimunerarlo.

Dalle strutture di ricerca alle reti fisiche a lungo ritorno, dai sistemi complessi di amministrazione dei pubblici servizi all'assicurazione delle condizioni di sicurezza della salute e del territorio. Per arrivare ai provvedimenti più specifici che spingono le imprese a innovare, a penetrare mercati esteri, a rafforzarsi organizzativamente e finanziariamente. La collaborazione tra gestore e decisore pubblico, che fissa regole e standard, e attuatore privato che propone e finanzia soluzioni anche a proprio rischio, è la nuova frontiera della politica per lo sviluppo dei Paesi avanzati; da essa traggono alimento e si rafforzano le iniziative innovative che consentono ai Paesi virtuosi di difendere differenziali di tenori di vita a vantaggio dei propri lavoratori.