Claudia Porchietto

La forza nascosta della moda

13.07.2012 Print

Troppo facile limitarsi a mettere Valentino che passa all’Emiro del Qatar in coda alla lunga lista - da Bulgari a Ferré, da Gucci a Fendi dei grandi marchi che finiscono uno dopo l’altro in mani interamente straniere. Troppo scontato intonare l’ennesimo requiem per l’abbandono dell’ultimo scampolo di proprietà italiana che ancora legava al nostro Paese un marchio celebre in tutto il mondo.

Più utile, invece, profittare di questo nuovo passaggio per ragionare sui numeri, le spinte e i vincoli di un grande settore industriale del Paese che spesso - a sentire i suoi protagonisti - stenta a sentirsi riconosciuto come tale. In una rapida istantanea l’industria del tessile abbigliamento e degli articoli in pelle, comprese le calzature e gli accessori, rappresenta oggi un decimo circa del fatturato complessivo del manifatturiero italiano - 83 miliardi di euro su 900 complessivi - con oltre mezzo milione di addetti sui quattro milioni dell’intera industria manifatturiera. Numeri che da soli non danno però l’idea né del contributo alla bilancia commerciale di questo sistema moda in senso largo - le esportazioni sono il 50% del fatturato contro il 40% del manifatturiero in generale, sfidando così anche il calo della domanda interna - né delle mille eccellenze dell’altissimo artigianato di casa nostra.

Non a caso vengono a produrre in Italia anche le più prestigiose maison francesi, consapevoli che in nessun’altra parte del mondo si trova quel patrimonio stratificato da generazioni che si può incontrare nei distretti della concia del Brenta o del Valdarno. Proprio la fabbricazione degli articoli in pelle, complice anche lo spostamento di molti marchi verso il comparto più lucrativo degli accessori, ha creato così in Italia 40 mila posti di lavoro dal 2005 al 2011, arrivando a superare i 140 mila addetti. Un risultato che pochi altri settori possono vantare e che in parte compensa la caduta nello stesso periodo - 78 mila posti in meno - del tessile.

Alla Stampa, anche con il nuovo supplemento del lunedì «Lavoro in corso», stiamo cercando di portare alla ribalta volti, idee e modelli dei protagonisti di questo mondo, convinti della sua importanza. Ma perché le - tante storie di successo dell’industria del lusso, o forse è più giusto chiamarla del bello, non rimangano narrazioni isolate, serve probabilmente una consapevolezza diversa del peso e delle esigenze del settore. Dietro il luccichio delle passerelle e delle vetrine ci sono tecnologie, competenze e strategie commerciali, ma anche le «normali» necessità di tutti i settori industriali: dal peso del fisco e della burocrazia alla tutela della proprietà intellettuale; dai rapporti con il mondo dell’istruzione fino a un costo dell’energia che non è un problema solo per i siderurgici ma anche per chi disegna una collezione.

Peso industriale significa poi anche peso finanziario: non è casuale che tra le pochissime storie di successo sui mercati azionari, in Italia e all’estero, in questi mesi così bui per le quotazioni, ci siano tre marchi come Prada, Ferragamo e Cucinelli. E in fondo proprio queste operazioni dimostrano che l’industria da sola rischia di non bastare all’Italia. Senza i marchi il rischio è, in prospettiva, quello di diventare un grande laboratorio di confezione per conto terzi che non controlla più i processi decisionali e creativi, ma si limita a servirli. Accanto alla forza dell’industria bisogna quindi cercare di mantenere la forza dei tanti marchi di casa nostra e di quel «Made in Italy» che, come ripetono spesso i suoi protagonisti, è in fondo un brand supplementare che garantisce e accompagna sui mercati il singolo produttore con il suo nome. Perché questo valore aggiunto rimanga, anzi sperabilmente cresca, c’è innanzitutto da muoversi con la coscienza che si tratta di un patrimonio da salvaguardare. Dunque misure indirizzate alle aziende, ma anche una più generale attenzione ad attrarre quelle menti creative che oggi a Milano preferiscono Londra o Parigi. Anche alle imprese, però, tocca un salto di qualità: appaiono obbligate a integrare sempre più strettamente tra di loro il modello a rete, erede dei vecchi distretti, cercando nel frattempo di far emergere qualche campione nazionale che magari - qui la Francia insegna - possa aspirare a conquistare concorrenti invece di essere conquistato.