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Il tiro al piccione contro le Regioni sulla cassa in deroga è un autogoal per il Governo

13.11.2013

Negli ultimi giorni sono apparsi su alcuni organi di stampa articoli dalla natura fortemente critica sulla gestione della Cassa Integrazione in deroga a titolarità regionale.In particolare, si sostiene da un lato che questo ammortizzatore sociale è rivolto in gran parte ad imprese decotte e assicura un sostegno al reddito di tipo meramente assistenzialistico a lavoratori che non hanno prospettive di rientro in azienda, dall’altro che mancano efficaci controlli e che ci sarebbero numerosi abusi e concessioni irregolari. Si confrontano poi situazioni di regioni diverse, caratterizzate da normative specifiche, in cui è talvolta privilegiato, come in genere nel Mezzogiorno, l’utilizzo della mobilità in deroga, strumento in realtà ben diverso dalla CIG sia come target che come modalità gestionali, ma che ad essa viene superficialmente assimilato.

Tali affermazioni creano in sostanza un gran polverone mirante a screditare lo strumento della CIG in deroga (e in via indiretta le regioni che gestiscono tale ammortizzatore), considerandolo uno spreco incontrollato di denaro pubblico (uno dei tanti …) in un contesto finanziario di grande difficoltà come quello attuale. Mi pare opportuno operare in merito varie precisazioni, richiamandomi alla situazione della Regione Piemonte e all’esperienza maturata in questi anni di gestione regionale degli ammortizzatori in deroga.

Innanzitutto, non è vero che la gran parte delle imprese richiedenti sono in liquidazione o in fallimento e che si trascinano oltre misura situazioni di crisi ormai irreversibile: in Piemonte, fra l’altro, si sono posti già da un paio di anni dei limiti al ricorso della CIG in deroga da parte di imprese in cessazione o in procedura concorsuale, che non possono richiedere in totale più di sei o dodici mesi di CIG, a seconda dei casi. Il peso di queste domande è inoltre secondario, con un peso del 9% circa in termini di monte ore richiesto nel 2013. La stragrande maggioranza delle domande proviene da aziende con difficoltà di natura temporanea, per mancanza di commesse o crisi di liquidità, che spesso non sospendono dal lavoro in via continuativa i loro dipendenti, ma operano delle sospensioni a rotazione e, non di rado, interrompono anzitempo la fruizione della CIG per il sopravvenire di nuove commesse. Anche per questo motivo il cosiddetto tiraggio della CIG in deroga, cioè la quota di ore effettivamente fruite sul totale di quelle richieste è mediamente pari al 40% nella nostra regione, oscillando fra il 70% delle imprese in cessazione o fallimento e il 36% di quelle con attività ridotta, il cui peso, come si è detto, è preponderante.

Da questo punto di vista, il ricorso alla CIG in deroga non si configura affatto come un colossale sperpero di risorse, come si va argomentando su più testate giornalistiche, ma come un contributo prezioso alla tenuta del sistema socio-economico locale di fronte alla più grave crisi degli ultimi cinquant’anni, perché indubbiamente, in sua mancanza, il tessuto delle piccole imprese, fortemente esposto negli ultimi anni  e di fondamentale rilievo sul territorio, avrebbe mostrato vistose crepe alimentando ulteriormente i livelli di disoccupazione.

Non va dimenticato, inoltre, che fino a tutto il 2012 in modo sistematico, e con più selettività nell’ultimo periodo, la Regione Piemonte, in raccordo con i servizi pubblici per l’impiego e le agenzie formative del territorio, ha organizzato un’estesa attività di interventi  di politica attiva a favore dei soggetti in CIG o in mobilità in deroga (oltre 60mila le persone coinvolte con più di 300mila attività erogate a vario titolo, fra cui più di 7mila corsi di formazione per 26mila frequentanti), secondo gli accordi assunti fra Governo e Regioni e Province Autonome, finalizzati a rafforzare le competenze dei lavoratori, spesso d’intesa con le aziende di appartenenza, e a promuovere, ove opportuno, processi di ricollocazione e di riqualificazione, con un’azione di integrazione fra politiche passive e attive del tutto inedita nel contesto di gestione in Italia degli ammortizzatori sociali nel loro insieme, secondo una logica di attivazione e spesso di rimotivazione di soggetti altrimenti destinati ad un periodo di relativa inattività con ovvie ricadute negative sul piano personale e professionale.
Il problema dei controlli è stato poi posto da tempo in Piemonte all’ordine del giorno nella discussione con le parti sociali e con gli organi istituzionalmente preposti alle verifiche ispettive, quali l’INPS e le Direzioni Provinciali e Regionale del Lavoro, con cui si è creata una stretta e proficua sinergia. Non solo la Regione inoltra sistematicamente le segnalazioni che provengono da singoli lavoratori o dalle rappresentanze sindacali, ma coinvolge gli organi ispettivi ogni qualvolta l’istruttoria delle domande evidenzia delle situazioni anomale.  Le ispezioni svolte, peraltro, hanno rivelato alcuni casi di utilizzo improprio dello strumento, ma in altri casi non si sono riscontrate irregolarità, confermando un utilizzo in buona parte corretto dell’ammortizzatore sociale.

Non si vuole, con ciò, dire che tutto è andato per il verso giusto e che non esistano elementi di criticità; la gestione di migliaia di domande (13.400 nel 2012 – già arrivate a 15mila nell’anno in corso – da parte di 6mila imprese per 43mila lavoratori interessati), pur in un sistema altamente informatizzato, si configura come processo dispersivo e faticoso, in cui si cumulano ritardi nello smaltimento delle istanze fonte di disagio per i lavoratori interessati, limitando oggettivamente controlli non di tipo meramente formale. Il coordinamento delle regioni non è certo contrario a interventi di regolazione e razionalizzazione del sistema, ma è necessario che questi vengano messi a punto in un quadro di condivisione fra livelli di governo centrale e territoriale e in un contesto di analisi razionale e documentato, non sulla base di rilievi impressionistici e superficiali che tendono a fare di tutt’erba un fascio, trinciando giudizi non supportati da reali elementi di conoscenza.

Sottolineo infine come la Regione Piemonte, vista la scarsità di risorse e la lunga tempistica di assegnazione da parte del Governo ha scelto di passare in corso d’anno, da un sistema di autorizzazioni a preventivo a un modello di autorizzazione a consultivo utilizzando in tal modo le risorse in modo preciso e attento.

Questo mi premeva precisare, da un punto di osservazione territoriale, intervenendo in un dibattito che è certamente utile e prezioso se non parte da posizioni preconcette. Da questo punto di vista, siamo disponibili a mettere a disposizione degli organi di stampa il quadro informativo dettagliato che deriva da un sistema di gestione attentamente e tempestivamente monitorato, in cui si configurano elementi di innovazione che ritengo andrebbero considerati e valorizzati nella definizione di un nuovo quadro operativo per la gestione degli ammortizzatori sociali.

Claudia Porchietto

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