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Il diritto alla salute non può essere in vendita

30.09.2015

Sinceramente la scure sulle prescrizioni mediche, prevista dal Governo Renzi, mi lascia perplessa. Sia chiaro: non vivo nel mondo dei sogni. La spesa sanitaria è uno dei grandi nodi da sciogliere se si vuole garantire nel nostro Paese il diritto alla salute anche per le future generazioni.

Non può essere taciuto infatti che il finanziamento statale per la Sanità è passato dai 67 miliardi del 2000 ai 112 miliardi del 2012, segnando un aumento del 68%; una avanzata che non pare trovare grossi ostacoli visto che nel 2016 è ad oggi previsto uno stanziamento di 115,4 miliardi. Insomma la spesa è fuori controllo e non solo a causa degli sprechi e disservizi della sanità pubblica ma anche per un ricorso, spesso superficiale, alla cosiddetta medicina preventiva e difensiva.

Non si può neppure nascondere che proprio sul futuro della sanità italiana si giochi il futuro del bilancio dello Stato. In un Paese che invecchia sempre di più - anche per la mancanza di adeguate politiche di sostegno alla maternità - è evidente che andando avanti così la spesa aumenterà sempre di più, facendo letteralmente implodere il nostro sistema Paese. Prendiamo ad esempio la Regione Piemonte, l'80% circa del suo bilancio è riservato alla sanità. Se si aggiunge a questo conto salato il cofinanziamento per i programmi Ue (al fine di non perdere i fondi comunitari) e le spese per il personale allora è chiaro che è minima la quota di denaro a disposizione per le politiche industriali, per l'istruzione e la formazione professionale e per la cultura. 

Resta il fatto però che la scelta unilaterale compiuta dal Governo, che prevede il pagamento di 208 prestazioni che fino a ieri gli italiani non pagavano, pare una scelta quantomeno discutibile. In primo luogo nella modalità di scelta delle priorità. Renzi infatti utilizzerà i soldi risparmiati con questo provvedimento, circa 2,3 miliardi di euro, non per finanziare la riduzione delle tasse (come ha detto la stampa di sinistra), bensì per ridurre la spending review sulle amministrazioni centrali. Questo giochetto, svelato dal Sole24Ore - quotidiano che non mi pare di centrodestra e tutt'altro che avverso al premier - sì che mi fa dire che il diritto alla salute non può e non deve essere in vendita. Non è normale che si metta mano prima a tagli di questa natura, peraltro non condivisi con gli ordini professionali ma imposti, per finanziare ancora gli sprechi dell'amministrazione pubblica.

E se anche fosse stato vero, come affermano in modo spregiativo l'Unità e il Manifesto per la loro storica idiosincrasia verso la riduzione del carico fiscale, che Renzi con questi soldi voleva coprire la riduzione delle tasse, tale scelta non sarebbe che l'ennesimo bluff dell'imbonitore fiorentino. Non si riducono le tasse prelevando i soldi necessari dallo stesso portafoglio che dice, a parole, di voler riempire. Insomma, da qualsiasi angolo si guardi la scelta di Renzi, si comprende che siamo di fronte ad una scelta sbagliata.

Il problema delle prescrizioni facili è unna questione da affrontare sicuramente, ma necessita di ulteriore spesa. Quella cioè legata a fattori culturali e legali. Culturali nel senso che è necessario investire su una informazione corretta verso i pazienti e dall'altra legale visto che è necessario trovare una soluzione alla facilità con la quale i medici vengono denunciati. A questo va aggiunta l'importanza di ristudiare il sistema sanitario dando forza, in particolare in termini di competenze, ai medici di base e ai pediatri. E' attraverso le loro capacità professionali che si può produrre grandi risparmi per il sistema sanitario. E sicuramente prevedere sanzioni a loro carico se prescrivono un esame di troppo, obbligarli a seguire rigidi protocolli per prescrivere gli esami tramutandoli in burocrati, non è il modo migliore per garantire quel diritto alla Salute che è previsto nella nostra Carta Costituzionale. 

Claudia Porchietto 

 

 

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