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Le riforme all'improvviso

15.10.2012
La Stampa. Scritto da Ugo De Siervo 

Da alcuni giorni si è in attesa di conoscere il testo del disegno di legge di riforma della Costituzione che il Consiglio dei Ministri ha approvato e che riguarda un tema di grande importanza come la riconfigurazione dei poteri delle Regioni: se già è discutibile un ritardo del genere, mentre tanti vorrebbero conoscerne l’effettivo contenuto, è palese il rischio che le tante reazioni perplesse di amministratori e di studiosi portino alla sua mancata adozione, visti anche i tempi assai ridotti a disposizione del Parlamento per una riforma costituzionale del genere.

Comunque, sia nel comunicato stampa del Governo dopo il Consiglio dei Ministri sia in varie dichiarazioni successive (fra cui in particolare l’intervista a questo giornale del ministro Patroni Griffi) è chiaro che l’oggetto principale dell’iniziativa governativa è il trasferimento di alcune competenze regionali allo Stato in alcune importanti materie e l’attribuzione alla legge statale del potere di imporre alle Regioni nelle loro materie legislative tutti i contenuti che ritenga necessari a «tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica».

Tutto ciò per riportare razionalità nel Titolo V della nostra Costituzione, che avrebbe messo in luce molti difetti.

Non vi è dubbio che la riforma del 2001 del nostro regionalismo merita anche molte critiche ed ha prodotto pure un’abnorme conflittualità fra Stato e Regioni in sede di giudizi di costituzionalità (di cui sono stato anche diretto testimone). Però i difetti del nostro regionalismo non si riducono affatto a quelli a cui ora si dice di voler porre rimedio: anzitutto, il difetto forse maggiore è la mancanza nel nostro ordinamento di autorevoli organi di confronto e mediazione fra esigenze nazionali ed interessi regionali e locali, che possano ridurre, se non prevenire, tanti conflitti . Non a caso, in tutti i Paesi con forti autonomie territoriali esiste a livello parlamentare una Camera in un modo o nell’altro rappresentativa delle realtà locali, sostanzialmente investita del compito di aiutare la produzione di leggi accettabili nella specificazione delle generali linee costituzionali di riparto delle competenze fra centro ed entità territoriali. Ma poi in Italia la riforma del 2001 non è stata – come, invece, sarebbe stato del tutto doveroso - seguita dall’adozione di tutta una serie di leggi indispensabili per farla funzionare (norme cornice o di principio, trasferimenti di apparati amministrativi, disciplina dell’autonomia finanziaria, ecc.), che avrebbero potuto anche ridurre molto le varie aree di frizione.

In questi anni quindi la Corte Costituzionale è stata chiamata a cercare di riportare ordine in rapporti troppo conflittuali per tutti questi motivi e non già solo per la cattiva scrittura di alcune disposizioni costituzionali, che ora si vorrebbe mutare. Pur con grande fatica, essa è riuscita a contenere le maggiori forzature regionali, ma anche statali (poiché non di rado il nostro legislatore nazionale ha operato come se le innovazioni costituzionali del 2001 non esistessero).

Ridurre ora il problema del nostro regionalismo ad un problema di diminuzione dei poteri regionali (tra l’altro, in concreto finora largamente contenuti dal legislatore nazionale e dalla giurisprudenza costituzionale), senza metter mano a tutto il resto, appare quindi molto criticabile. Ma soprattutto un tema del genere non può essere affrontato all’improvviso, alla fine di una difficile legislatura, mentre al legislatore nazionale e a quelli regionali non mancano certo tante altre serie urgenze.

La stessa operazione di riordino dei territori provinciali, oggettivamente molto più semplice e che dipende comunque dall’adozione di un’apposita legislazione ordinaria e non da un’ampia riforma costituzionale, appare assai meno sicura di quanto ottimisticamente si dica. Il Governo, infatti, non ha ricevuto una delega legislativa in materia, e quindi non potrà che presentare un apposito disegno di legge o tentare la via rischiosa di un apposito decreto legge. Ma comunque spetterà al Parlamento, o in sede di adozione della legge, o in sede di conversione del decreto legge del Governo, consentire al nuovo disegno di tutto il sistema degli enti locali di secondo livello; ma ciò significa che sarà davvero difficile, nel clima acceso che si è registrato in tante realtà territoriali e per di più in un periodo sostanzialmente preelettorale, che vari parlamentari consentano con quella che sarà la proposta governativa, ignorando le forti opposizioni esistenti nei loro collegi elettorali.

Aggiungere quindi ai problemi di riordino delle Province, che ci auguriamo comunque superabili, pure quello di rimetter mano al Titolo V, appare davvero un po’ imprudente.

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