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Portiamo l'Europa nelle periferie o vincerà la paura dell'altro

11.09.2012
Il Corriere della Sera. Scritto da Paolo Valentino 

«Aiuto, sono un europeo», dice lo scrittore olandese Adriaan van Dis, alla vigilia di un'elezione diventata ormai un topos della deriva nazionalista in europa. E anche se gli ultimi dati, che segnalano il recupero dei moderati di centrosinistra, ne mitigano il pessimismo, van Dis racconta con preoccupazione un'Olanda che sembra progressivamente smarrire l'identità europea, dove il vecchio consenso comunitario non trova più il sostegno della maggioranza.

“Gli olandesi sono diventati in gran parte euroscettici – dice l'autore al telefono da Amsterdam – e questo ha a che fare con la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Italia, definiti con disdegno “i Paesi dell'aglio”. C'è una reazione collettiva, che porta la gente a un atteggiamento molto più chiuso del passato. Credo che la paura stia purtroppo giocando un ruolo importante nelle nostre elezioni. È vero che negli ultimi giorni qualcosa sembra cambiato: fino a due settimane fa a dominare i sondaggi erano l'estrema destra e l'estrema sinistra, entrambi fortemente anti-europee. Ora questa retorica è scivolata in secondo piano. Resta che la maggioranza nutre profonda diffidenza verso l'Europa».


Tutta colpa della crisi economica?

«Sì, ma non solo. La crisi ha creato la psicosi che le frontiere aperte abbiano portato a casa nostra chi ci toglie il lavoro, ignorando che noi esportiamo i nostri prodotti dappertutto. Non è una reazione solo olandese, la vediamo in Francia, Germania, Grecia e altrove. L'idea dell'Olanda come società aperta non corrisponde più alla realtà. È vero che Wilders e il suo partito di destra non hanno sfondato, che probabilmente al fondo rimane un legame europeo. Ma non c'è dubbio che la maggioranza sia ostile a Bruxelles, alla sua burocrazia, all'eccesso di regole che toglie spazio alla politica nazionale».

Ma secondo lei la paura degli immigrati ha basi reali? In fondo Wilders ha successo dove c'è meno immigrazione.
«Ha ragione. Gran parte della paura è una costruzione mentale. Ma c'è il tema generale dell'identità. Questa gente si chiede: cosa ci rende olandesi? In una città come Amsterdam, la maggioranza dei giovani sotto 18 anni sono figli di immigrati extracomunitari. Così pensano che l'Olanda stia assumendo un altro colore, un altro accento, un altro vocabolario. E ciò suscita paura, estraniamento: il panettiere è turco, il macellaio marocchino, il verduraio egiziano. La gente delle periferie, la parte più debole e meno istruita della società diventa reazionaria e si rivolge a Wilders o al maoista Roemer».

Qual è il posto dell'Olanda in Europa?
«Shell e Unilever sono compagnie olandesi. Abbiamo bisogno dell'Europa per competere nel mondo».

Solo questo vi unisce e ci unisce?
«No, Beethoven non è tedesco, è europeo. Palladio non è italiano, è europeo. Proust non è francese, è europeo. L'arte e la cultura sono il nostro patrimonio comune in primo luogo. Ma anche lo stupido euro ci unisce...».

Perché lo definisce stupido?
«Perché da quando siamo nella moneta unica i prezzi sono raddoppiati, la vita è più cara».

Nondimeno, è la nostra moneta...
«Certo. E dobbiamo tenercela. Ma tornando a cosa ci unisce, l'Europa è l'antidoto al nazionalismo, le leggi europee sono una protezione per i più deboli e gli indifesi, sono queste a poter difendere le minoranze. Penso a come trattano i Rom in Ungheria e Romania. Il nazionalismo è una deriva pericolosa. Noi olandesi abbiamo fatto cose tremende nel nostro passato coloniale, gli italiani anche. L'Europa può fermarlo. Il pericolo nazionalista è reale».

Come spiegarlo alle persone?
«Dobbiamo formulare in modo convincente l'indispensabilità dell'Europa. Altrimenti vedremo rafforzarsi quello che io chiamo il nuovo apartheid, tra gli istruiti e i non istruiti, i garantiti e i non garantiti. Il problema non sono i giovani, che viaggiano e grazie a Erasmus stanno sviluppando un'identità europea. Il problema è la classe media che sta perdendo qualcosa, ha paura che gli immigrati gli rubino il lavoro e si rifugia nel nazionalismo».

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