ClaudiaPorchietto.it Edicola

Politici astratti e premoderni a lezione di concretezza da Marx

06.09.2012
Corriere della Sera. Scritto da Pietro Ostellino 

La classe politica tutta intera e una certa sinistra in particolare - che è, culturalmente e politicamente, la maggiore responsabile dei ritardi del Paese - dovrebbero rileggersi la pagina di Marx dove il padre del socialismo scientifico si chiede come possa essere concreta la «veduta» (l'osservazione) della realtà se la realtà è «astratta». È qui che, da noi, casca l'asino.

In oltre sessantacinque anni di Repubblica - sull'onda della convinzione della pressoché totalità degli intellettuali dell'epoca, fatta propria dalla parte maggioritaria degli stessi costituenti, che il comunismo fosse il superamento della democrazia liberale e del capitalismo - si è costruita una versione «astratta» della realtà che non corrisponde alla «realtà effettuale». Sulla realtà «astratta» - che dà del liberalismo, del capitalismo e del mercato un'immagine totalmente distorta e storicamente falsa e dello statalismo e del dirigismo ne dà una progressista e provvidenzialistica altrettanto falsa alla luce delle «dure repliche della storia» - si è formata l'ideologia dominante, la «falsa coscienza» nazionale, per dirla ancora col vecchio Marx.

All'origine della formulazione della realtà «astratta» c'è la negazione della metodologia empirica della conoscenza - che impone di verificare l'aderenza alla realtà delle idee politiche e attribuisce ai singoli comportamenti individuali l'agire politico e sociale e le loro conseguenze - e l'individuazione dell'origine della conoscenza e della prassi politica nella «collettività», sulla base di una (pretesa) conoscenza filosofica o ideologica che dir si voglia. Aver fatto risalire alla collettività la fonte primaria della Politica - demonizzando contemporaneamente l'Individuo come egoista e produttore di ingiustizia e di sopraffazione - ha deresponsabilizzato gli italiani e caricato sullo Stato, trasformato in «buon padre», il compito di provvedere anche a bisogni cui il cittadino dovrebbe provvedere da solo.

L'assegnazione alla sfera pubblica - oltre tutto mal definita in un Paese formalmente di democrazia liberale, capitalista e di mercato e sostanzialmente di cultura politica statalista e dirigista - di un compito provvidenzialista ha disamorato gli italiani per le libertà. Ma l'esercizio delle libertà implica (anche) una forte componente di responsabilità personale e un certo gusto della sfida, del «rischio» - peculiarità, queste, delle popolazioni dei Paesi di democrazia liberale e di regime capitalista e di mercato avanzati - che gli italiani mostrano volentieri di non avere.

Fra libertà-sfida-rischio-responsabilità e sicurezza, molti italiani non scelgono l'equazione liberale - abdicando alla responsabilità personale, diffidando del rischio e scegliendo la sicurezza garantita dalla Stato - ma propendono, più che per le libertà, per i divieti a esercitarle nell'ingiustificato timore che ne approfitti qualcuno ai loro danni. Il paternalismo pubblico è l'anticamera dei totalitarismi, fra i quali si distingue, per astuzia della Ragione ideologica, il «dispotismo burocratico-amministrativo» del quale finiamo con essere vittime tutti, compresi coloro i quali vi si affidano.

Accusare, perciò, l'uomo della strada di poco amore per le libertà è, in fondo, fargli torto. Egli è, piuttosto, la proiezione, se non la vittima, di una cultura politica, fondamentalmente pre-moderna nell'accezione storicista, prima ancora che illiberale in quella politica, che la scuola, i media, i partiti hanno diffuso a piene mani dalla caduta del fascismo. C'è un gap culturale fra l'Italia e l'Occidente cui appartiene dal dopoguerra che perpetua i vizi autoritari del fascismo sconfitto e alimenta quelli tendenzialmente totalitari - nella definizione di Piero Calamandrei, uno dei maggiori costituenti, della nostra Costituzione - di una rivoluzione «promessa» (egualitaria) in cambio di una rivoluzione «mancata».

Nell'attuale clima di riformismo istituzionale e politico, non solo a una certa sinistra, bensì anche alla classe politica che marxista non è, farebbe, forse, bene, una bella ripassatina del Marx che si chiedeva - rimettendo, realisticamente, l'hegelismo, ma in realtà, profeticamente, ciò che sarebbe stato lo stesso marxismo senza Marx, con la testa in su - come potesse conciliarsi una osservazione concreta della realtà con una realtà «astratta». Mi rendo conto che, per rileggere Marx e, soprattutto, per tenere conto della sua constatazione, occorre, da parte della classe politica, con una buona dose di onestà intellettuale, di maturità culturale, di realismo politico rinunciare ai vantaggi che continuare a predicare la realtà «astratta» assicura. Ma ne va del futuro del Paese. Che è condannato alla progressiva decadenza e alla definitiva scomparsa dal novero delle democrazie liberali e dei sistemi capitalisti se non si pone mano a una radicale revisione della sua cultura politica.

Scarica il PDF

news

martedì 17 ottobre 2017
Start

video

Intervento Claudia Porchietto sull'emergenza profughi

Una frase del mio intervento: "I pochi esempi che portano i media sui profughi sono quelli brillanti che però coinvolgono solo piccole

newsletter

Inserisci la tua mail per ricevere i comunicati ed essere aggiornato sulla mia attività politica

dai comuni

Tutte le novità, notizie e riflessioni riguardanti il tuo Comune di residenza segnalate dagli amici amministratori locali e dagli elettori. Uno spazio libero per il dibattito.

Piemonte