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Blair: “Inammissibili questi spread la Germania deve scegliere offra aiuti in cambio di riforme”

09.08.2012
La Repubblica. Scritto da Jochen Bittner Joerg Lau 

«L’euro soffre di un difetto strutturale, salvarlo non è impossibile. Berlino affronterà grandi rischi, ma quale sarebbe l’alternativa?». Così parla Tony Blair, ex premier britannico e grande rinnovatore del Labour e della sinistra europea.

Con lei premier le sfide erano terrorismo e guerra; oggi chi governa deve affrontare la crisi dell’euro. Pensa che il compito più arduo sia toccato a loro?
«Sì, è davvero una grossa sfida per l’attuale generazione di politici, la maggiore dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla fondazione dell’Unione Europea. Una situazione incredibilmente complessa. Per salvare l’euro c’è da affrontare un rischio non calcolabile. Qualunque via si decida di scegliere, si tratta sempre di scelte incresciose. Viviamo un momento che impone grandi decisioni».

Vedendo Angela Merkel, François Hollande o Mario Monti alle prese con questi problemi, è contento di non essere più in carica?
«Sono cose che un politico non dovrebbe mai dire! Ma simpatizzo profondamente con loro. Il compito che devono affrontare è di una difficoltà pazzesca. E Angela Merkel credo che abbia dato prova di grande coraggio e fermezza».

Già da premier dubitava che l’unione monetaria potesse funzionare?
«Sì. E’ chiaro che l’euro soffre di un difetto strutturale. Le alternative erano due: creare un’Eurozona da estendere gradualmente ai Paesi economicamente maturi per entrarvi, o coinvolgere tutti gli Stati con un atto politico, puntando su una futura perequazione economica. Alla fine si è scelta la seconda alternativa. Ma all’idea di una moneta comune poteva essere sottesa una motivazione politica, che però doveva esprimersi economicamente. Il nocciolo del problema sta nella mancata coincidenza tra economia e politica».

L’euro è stato un errore romantico?
«In linea di principio, non penso che l’unione monetaria fosse una scelta sbagliata. L’errore è stato aspettarsi la perequazione di cui ho parlato, senza meccanismi capaci di imporla in caso di necessità. Quando un Paese come l’Italia entra nell’Eurozona, all’improvviso il tasso di interesse sui suoi titoli sovrani cala drasticamente; non perché la sua situazione sia migliorata da un giorno all’altro, ma perché questo Paese è entrato, per così dire, nella sfera del marchio Germania. C’è però da chiedersi se sia possibile eliminare questo difetto strutturale nel bel mezzo di una crisi».

Ma non è stata proprio la crisi a far sì che oggi si possano costringere determinati Paesi ad adeguarsi?
«Sicuramente. Però non è stata la crisi finanziaria, e neppure quella dell’euro, e rendere necessarie le riforme. Lo erano già. La crisi non ha fatto altro che porre in luce la loro urgenza».

Ma si stanno veramente attuando queste indispensabili misure?
«Nessuno può aspettarsi che la Germania si assuma un rischio del genere se gli altri Paesi non prospettano e non attuano piani di riforma precisi e credibili».

Quanto tempo hanno ancora davanti a sé?
«Uno dei problemi è quello dei tempi. I Paesi indebitati hanno immediato bisogno dei fondi, le riforme possono dare i loro frutti solo a lungo termine. Non è possibile sincronizzare i due aspetti, per questo il problema è politicamente così difficile. Se io fossi il cancelliere tedesco non potrei assumermi questa responsabilità senza essere certo dell’affidabilità delle promesse di altri Paesi europei».

Si profila un circolo vizioso: se la Germania concede gli aiuti, rischia di far mancare lo stimolo alle riforme negli Stati indebitati; i quali in caso contrario andrebbero incontro a un tracollo…
«E’ questo il dilemma. E va risolto. Occorre prendere una decisione. Se c’è una cosa che proprio non va in un’unione monetaria, è quella che stiamo vivendo oggi: l’enorme differenza tra i tassi di interesse sui titoli sovrani dei vari Stati membri. E’ inammissibile! Qualcuno crede forse che la forza economica del Nord-Est dell’Inghilterra sia pari a quella di Londra? E se vogliamo parlare degli Stati Uniti, come paragonare il Massachusetts al Mississippi? Eppure nessuno specula su queste differenze, perché questi Stati o regioni fanno parte di un’unica area monetaria».

E’ la consapevolezza che Mario Draghi si sforza di diffondere?
«Esattamente. E ha anche detto che questo va fatto senza aspettare l’attuazione di riforme strutturali. Dobbiamo affrontare contemporaneamente tre problemi: solvibilità, liquidità e crescita. Un po’ come se un malato avesse bisogno al tempo stesso di cibo, acqua e ossigeno. I problemi vanno affrontati tutti insieme; altrimenti il rischio è che qualunque misura arrivi in ritardo».

Lei chiede alla Germania di accollarsi un grosso rischio per neutralizzare gli altri rischi?
«Sì. Ma quale potrebbe essere l’alternativa? L’obiettivo strategico si può riassumere nella formula: “denaro in cambio di riforme”. Sul piano tattico c’è però da chiedersi se sia ragionevole voler avanzare un passo alla volta, quando ognuno di questi passi si rivela insufficiente, e il prezzo del salvataggio continua a salire. Non sarebbe preferibile prendere il toro per le corna una volta per tutte?».

Ma per un britannico non è forse troppo facile dirlo? La Gran Bretagna beneficerebbe a costo zero di un’Eurozona risanata…
«Espongo da ex premier quella che secondo me potrebbe essere la soluzione del problema. La Gran Bretagna risente fortemente di quanto accade all’interno dell’Eurozona. Qualunque sia l’esito di questa vicenda, l’Ue dovrà affrontare una ristrutturazione politica di vasta portata. E il mio timore è che la Gran Bretagna decida con un referendum di chiamarsi fuori».

A che tipo di ristrutturazione sta pensando? «Se si vogliono trasferire maggiori competenze all’Unione Europea, è necessario consolidare la legittimazione democratica dell’Ue. In questo la Gran Bretagna dovrà avere un ruolo importante. Occorrerà equilibrio tra istituzioni europee e Stati nazionali. Se si commettono errori in questo campo si rischia una crisi politica che potrebbe avere dimensioni non minori di quella dell’euro. La gente non accetterebbe l’abolizione degli Stati nazionali».

I britannici sono interessati a un’Europa forte?
«Dipende dagli interlocutori. Oggi l’obiettivo principale dell’Europa non è più la pace, ma il potere. Si tratta di consentire a Paesi relativamente piccoli di unire le forze per pesare di più nel contesto politico mondiale: è possibile grazie all’Unione europea. Perciò, a lungo termine sono ottimista».

Ma l’euro non ha indebolito l’Unione?
«E’ stata la crisi dell’euro a indebolire l’Europa! Ma a lungo termine gli argomenti in favore dell’Europa sono oggi più forti che mai. In tutto il mondo vediamo una crescente correlazione tra Pil e popolazione. Ciò detto, i tedeschi sono appena un terzo degli indonesiani».

Teme che Angela Merkel passi alla storia come colei che ha consentito la distruzione dell’euro?
«La cancelliera cerca di tenere la barra diritta senza perdere il suo Paese: è un’impresa di una difficoltà tremenda. E deve tener conto anche della Corte costituzionale».

E delle elezioni nel 2013...
«Sì, ma le elezioni al momento sono l’ultimo dei problemi per i politici. La portata della crisi è tale da mettere in secondo piano ogni questione di carriera. In maggioranza, i politici sono davvero impegnati a trovare le risposte giuste».

Come si fa a incentivare la crescita senza spendere denaro tedesco?
«Io non sono mai stato favorevole all’indebitamento, né alla politica inflazionista. Uno degli obiettivi dovrebbe essere sbloccare gli enormi depositi di liquidità delle aziende, sia americane che europee. Non investono perché il futuro le spaventa. Uno dei paradossi della crisi è la presenza contemporanea di enormi debiti sovrani e gigantesche eccedenze private. Le riforme potranno essere da subito un fattore di crescita. Con misure per investimenti infrastrutturali potremo ottenere buoni risultati in Europa».

Anche in Grecia?
«Un’uscita della Grecia avrebbe conseguenze nefaste per il salvataggio dell’euro a meno che si sia certi di aver risolto tutti gli altri problemi. Spero che si trovi una via per consentire la permanenza della Grecia nell’Eurozona».

Perché si appassiona tanto per i problemi europei? Per il desiderio che espresse di essere il primo presidente permanente del Consiglio europeo?

«Sì, ma non è accaduto, e non credo che accadrà. Comunque va bene così».

Perché?
«Per tantissime ragioni. Vede, io mi preoccupo veramente per l’Europa. Io credo nell’Ue, e credo che il mio Paese debba farne parte. Malgrado tutti i suoi difetti, l’Unione europea è un progetto intelligente e validissimo. E nel momento in cui è a rischio, ritengo importante far sentire la propria voce».

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