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Ivan Lo Bello: «Più chance ai giovani se si rafforzano i legami con le filiere»

09.07.2012
Il Sole24Ore. Scritto da Francesca Barbieri 

«Cinquantanove Its che offrono corsi a duemila ragazzi non sono troppi. Ma occorre razionalizzare l’offerta, risolvere i problemi di governance e accorpare gli istituti per filiera produttiva, come è già stato fatto ad esempio per i tre istituti della meccanica in  Emilia-Romagna». Per Ivan Lo Bello, vicepresidente Confindustria per l’Education, la strada da seguire per il riordino degli Its è tracciata. E non si  tratta di tagli, anzi. Essenziale «sarà la collaborazione con  le imprese per realizzare un’offerta di corsi che interessi una platea  più vasta di studenti rispetto a quelli finora coinvolti».

Come valuta il primo anno di didattica degli Its?

L’Istituto tecnico superiore è una importante novità molto gradita alle imprese: scuole di tecnologia per colmare una grave lacuna nel terziario non universitario dove i nostri paesi concorrenti possono  avvalersi di un sistema di alta formazione tecnica, che coinvolge il 30 per cento dei diplomati che invece di scegliere le università optano per questo tipo di scuole. Il modello di sviluppo italiano è un sistemaindustriale medium high tech e i tecnici intermedi hanno avuto e continueranno ad avere un peso rilevante, per questo bisogna valorizzare gli Its che hanno sviluppato strette partnership con le imprese e quelli che si trovano nelle aree del paese in cui si possono creare condizioni di sviluppo e posti di lavoro per i giovani: penso al settore  agroalimentare e al turismo nel Sud.

Quali sono i punti di criticità e le debolezze?

Gli Its sono per noi una grande sfida. Le criticità sono legate alla governance. Non ha senso muovere sessanta adulti in sei organismi collegiali per formare venti studenti come avviene oggi nelle Fondazioni di partecipazione. La debolezza di alcuni Its è il localismo e lo scarso rapporto con le imprese.

E quelli di forza?

La forza evidenziata da alcuni Istituti è il forte rapporto con le imprese. Penso ai sette Its del gruppo Finmeccanica, alle  esperienze del Veneto, a quello collegato con la Honda in Abruzzo, a quello realizzato con la Danieli a Udine.

Su quali aspetti  dovrebbe intervenire il decreto su cui stanno lavorando Miur e Regioni per definire le nuove linee guida degli Its previste dalla legge sulle semplificazioni?

Bisogna razionalizzare la governance, assicurare un più stretto rapporto con le imprese,evitare di confondere gli Its con il sesto anno degli istituti tecnici, eliminare orpelli burocratici e rigidità centralistiche, valorizzare il rapporto con il territorio e la flessibilità.

Ci sono esperienze estere dacuipotremmotrarremodelli da replicare nel nostro Paese?

La Svizzera ha le Scuole universitarie professionali (Sup), la Francia gli Istituti universitari di tecnologia (Iut), la Germania le  Fachhochschulen (che formano gli "ingegneri diplomati"): centriche alimentano un serbatoio di tecnici prezioso per la competitività delle imprese, e che sono scelti da una percentuale di giovani che arriva al 30 per cento. In Italia i corsi di istruzione
e formazione tecnica superiore sono frequentati da una percentuale di studenti che non supera il 2 per cento. Un divario davvero preoccupante.

Come si può risolvere, in generale, il problema dello scarso orientamento dei giovani nelle scelte scolastiche, che crea un mismatch tra domanda e offerta di lavoro?

Sugli Its si è finora fatto poco orientamento. Bisogna farli conoscere alle famiglie, ai giovani e alle imprese. Bisogna destinare più risorse all’orientamento perché i nostri giovani abbiano maggiore consapevolezza di quali sono le richieste del mercato del lavoro. Il miglior orientamento è il passaparola di chi ha frequentato l’Its e ha trovato un lavoro di grande soddisfazione. ©RIPRODUZIONE RISE

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