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Confindustria: “Lo spread gonfiato brucia 144 mila posti”

20.07.2012
La Stampa. Scritto da Teodoro Chiarelli 

Spread, maledetto spread. Il differenziale tra i rendimenti dei Btp e dei bund tedeschi, non solo è entrato nel lessico familiare della crisi economica che massacra stipendi e aspettative di vita, ma è anche sproporzionato, esagerato, insomma una trappola che ci trascina ancor più nel gorgo. Gli economisti del Centro studi di Confindustria hanno calcolato che almeno 300 punti di spread sono assolutamente ingiustificati in base ai fondamentali economici del Belpaese. Un eccesso rispetto ai 164 punti riconducibili ai divari tra Italia e Germania nel debito e nella crescita. Il che taglia le gambe alla crescita e al lavoro, pesa per 0,9% del Pil e manda in fumo 144 mila posti.

Trecento punti vogliono anche dire 12,4 miliardi di maggiori oneri per interessi sul bilancio pubblico, 12,1 miliardi sui conti delle famiglie e 23,7 miliardi su quelli delle imprese. «Più della metà dei 500 punti di spread tra Italia e Germania è dovuta alla speculazione commenta il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi -. E 200 punti sono determinati da situazioni intrinseche, come i ritardi delle riforme e il debito».

Oggi sullo spread Btp-Bund, rileva il centro studi di Confindustria, grava l’incertezza sulla prosecuzione, dopo la fine della legislatura a primavera 2013, delle politiche di risanamento intraprese dal governo Monti. Non c’è partito politico, infatti, da cui non si levino, prese di distanza e richieste di profonde modifiche delle misure che il Parlamento ha da poco approvato. Per non parlare dell’incertezza, vista la legge elettorale attuale, i sondaggi e gli schieramenti immaginabili, sulla maggioranza che potrà emergere dalle urne.

Spiegano gli economisti di Viale dell’Astronomia: «I titoli di Stato sono il punto di riferimento per l’intero sistema finanziario dell’Italia. Il loro eccessivo rendimento condiziona l’offerta e la domanda di credito e penalizza così domanda interna e capacità di generare reddito dell’Italia e quindi la stessa sostenibilità del debito pubblico e il successo delle manovre di risanamento». Gli effetti su bilancio pubblico, imprese e famiglie, che il Csc stima per il 2013, sono «tutte risorse sottratte alla domanda e quindi alla crescita».

Confindustria stima che la normalizzazione dello spread condurrebbe, grazie anche a una maggior fiducia, in tre anni a uno 0,9% di maggior Pil, un +3,7% negli investimenti e a uno 0,6% di consumi aggiuntivi, con 144 mila posti di lavoro in più. Il deficit pubblico sarebbe di 2,4 punti di Pil inferiore e il debito pubblico di 6,9 punti di Pil. Stime, si badi bene, che secondo gli economisti confindustriali «appaiono prudenti, perché non incorporano appieno il venir meno della fase acuta del credit crunch». Alla base di queste simulazioni, spiega il Csc, c’è l’ipotesi che la chiusura della forbice avvenga in entrambe le direzioni, con un aumento dei tassi tedeschi, ora schiacciati verso il basso dalla fuga degli investitori verso titoli ritenuti più sicuri, e una riduzione di quelli italiani. La distribuzione della riduzione è un terzo di aumento dei tassi tedeschi e due terzi di riduzione dei tassi italiani.

Che fare? In Confindustria sostengono che esiste un unico rimedio efficace: lo scudo antispread. «Ma va profondamente ridisegnato rispetto alla versione attuale, assegnandogli molte più risorse (idealmente dovrebbero essere illimitate) e attribuendone la gestione alla Bce di Mario Draghi. Solo così potrebbero essere premiati i comportamenti virtuosi e sanzionati, attraverso la caduta della protezione dello scudo eventualmente decisa dalla Bce, quelli opportunistici e devianti. La Bce, a sua volta, dovrebbe però rendere conto delle proprie decisioni al Parlamento europeo: «In questo modo evitando di assumersi improprie responsabilità politiche e facendo cadere l’accusa di vuoto di democrazia».

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