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Nuove regole per uscire dalla crisi

13.07.2012
La Stampa. Scritto da Mario Deaglio 

L’ Europa non è certo un malato immaginario. Altrettanto sicuramente, però, mostra una sorta di perversa soddisfazione a parlare in continuazione dei propri mali, a girarci attorno, a convocare riunioni con lo scopo di cambiare tutto per scoprire due settimane più tardi di non aver cambiato nulla; il «vecchio continente», insomma, si scopre davvero vecchio e soggetto ad attacchi di ipocondria. In questa atmosfera, il «percorso di guerra» dell’economia italiana, evocato dal Presidente del Consiglio nel suo discorso di mercoledì all’Abi, trova pienamente il suo contrappunto nel Bollettino Mensile pubblicato dalla Banca Centrale Europea nella giornata di ieri, un autentico «bollettino di guerra» dove si trova soprattutto una sconsolata rassegna di tutto ciò che non va.

La Banca Centrale Europea rileva, tra l’altro, che la volatilità dei mercati obbligazionari è storicamente molto elevata, prossima a quella osservata poco prima del fallimento di Lehman Brothers.

È dubbio che l’istituto di Francoforte abbia valutato fino in fondo la portata di quest’allusione che ha fatto cadere pesantemente le Borse di tutto il mondo. Da troppo tempo ormai si intrecciano mormorii sulla salute generale delle banche; si tratta di mormorii complessivamente pericolosi. Se dalla posizione di difficoltà, o altrimenti anomala, di alcune grandi banche derivano davvero rischi di sistema, non è proprio il caso di nascondere l’immondizia sotto il tappeto. Se i rischi non sussistono sarebbe opportuno non accreditare con accenni indiretti situazioni soltanto ipotetiche.

In questa condizione di scarsa percezione del valore mediatico delle parole si collocano le dichiarazioni sempre più apocalittiche del direttore del Fondo Monetario Internazionale, la francese Christine Lagarde, per la quale la fine della crisi proprio non si vede e l’euro corre pericoli gravissimi. Ancora pochi giorni fa, i governi europei potevano proporre ai loro cittadini una crisi grave con qualche accenno di ripresa in autunno; ora tutto si sta cancellando e il quadro appare più fosco, con una caduta molto più pronunciata, come quella del prodotto interno lordo italiano, prevista dal presidente della Confindustria il quale afferma che «probabilmente» il calo produttivo italiano sarà superiore al -2,4 per cento ipotizzato dalla sua organizzazione. Le previsioni dai contorni sfumati, così come le previsioni troppo affrettate, potrebbero riflettersi negativamente sulla situazione dell’economia reale.

A questa faccia europea della crisi, fatta di pericolosa malinconia – o forse scarsa sensibilità – mediatica e di vertici europei che annunciano azioni risolutive cui non seguono fatti immediati, fa da contrappunto la faccia americana. Gli Stati Uniti appaiono immersi nelle vicende della battaglia politica per la carica di Presidente - oltre che in una paurosa ondata di calore estivo e i visi e le dichiarazioni dei responsabili economici, pur certo non sorridenti, non risultano particolarmente corrucciati. Con grande disinvoltura, una buona dose di cinismo e di opportunismo politico ritorcono sull’Europa l’accusa di essere all’origine dei mali dell’economia del mondo. Senza che l’Europa controbatta seriamente.

In realtà, l’economia americana proprio non riesce a ripartire (se si tiene conto dell’aumento della popolazione si scopre che il reddito per abitante è praticamente fermo) nonostante l’accanimento terapeutico derivante dall’iniezione di sempre nuova liquidità, ed è più indebitata ogni giorno che passa. Se si usasse il medesimo metodo di calcolo, si vedrebbe che il livello di disoccupazione negli Stati Uniti è pressoché uguale a quello europeo, ma i disoccupati americani preoccupano decisamente meno di quelli europei. I toni apocalittici che si sprecano in Europa sono pressoché totalmente assenti dall’altra parte dell’Atlantico.

Gli ingredienti per uscire dalla crisi non sono soltanto fiscali o monetari; un ruolo crescente è svolto dai mezzi di informazione che influenzano le scelte di risparmio e di consumo, di investimento e concessione di credito di decine di milioni di operatori economici. Non si verrà a capo della crisi se, attraverso i mezzi di informazione, qualcuno non indicherà vie d’uscita e futuri possibili. Gli addetti ai lavori hanno detto abbastanza chiaramente di non sapere che cosa fare se si mantengono intatte le regole attuali in base alle quali il peso della crisi si scarica più sui lavoratori che sui percettori di redditi di capitali, più sui giovani che sui vecchi.

Spesso, in questi casi, è l’ora dei politici: non di quelli che promettono la Luna, bensì di quelli che non si limitano a invitare a richiedere, in stile thatcheriano, le proverbiali «lacrime e sangue», ma propongono un cambiamento delle regole tale da portare il sistema economico mondiale da qualche parte. E’ su questa via di nuove regole del gioco che dovranno muoversi coloro che vogliono competere alle elezioni che, nel giro di un anno, interesseranno, oltre che Stati Uniti e Germania, anche l’Italia.

 

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