Claudia Porchietto - Capogruppo PDL Provincia Torino e Candidata Consigliere Regione Piemonte - 28/29 marzo 2010 - Sito web ufficiale

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Parla Claudia Porchietto che racchiude in sè la veste del politico che si è candidato alle elezioni, ma anche la veste di chi le imprese le ha viste da vicino in qualità di ex presidente dell’API.
In questi mesi non si e’ espressa apertamente sulle vicende del CSI Piemonte ma certamente una sua opinione nel merito è quanto mai autorevole.

Ed allora domandiamole: cosa ne pensa di quanto sta accadendo intorno al CSI Piemonte?
Vero che non mi sono mai espressa apertamente sull’argomento, ma me ne sono occupata come consigliere della Provincia di Torino e per aver raccolto molte opinioni del mondo imprenditoriale che circonda il settore dell’ICT Piemontese. E partendo da questo posso già fare due affermazioni importanti prima di approfondire magari aspetti di politica industriale.
La prima riguarda i dipendenti del Consorzio che dimostrano in alcuni casi di avere loro stessi le idee più chiare di chi li governa e li guida rispetto a che cosa dovrebbe diventare. E loro per primi si rendono conto di che cosa dovrebbe essere la loro azienda e degli sprechi di risorse che vengono sistematicamente operati. Questo per il futuro è una grande opportunità da valorizzare.

Ed inoltre le aziende del settore che da anni chiedono con forza che il consorzio svolga un ruolo di forte cerniera fra la domanda pubblica locale e non solo e il sistema delle imprese locali. Obiettivo dichiarato raggiunto in gran parte solo a parole perchè i numeri dei trasferimenti, apparentemente, positivi, non si tramutano in veri asset spendibili.

Ci può chiarire meglio questi due aspetti?
Ritengo che i dipendenti abbiano cercato in tutti i modi negli ultimi anni di far emergere che esiste un problema di management interno e di organizzazione farraginosa, In particolare una struttura monocratica e monolitica che si è circondata di soggetti esterni che hanno di fatto impedito la crescita e l’affermarsi di professionalità interne che invece sono di estremo valore e su cui occorre puntare per il futuro dell’azienda. Il ricorso a continue e costose consulenze esterne da parte di questa struttura di vertice a discapito delle professionalità interne è stata evidente solo negli ultimi tempi proprio grazie ai continui richiami degli stessi dipendenti alla non corretta e costruttiva gestione del consorzio. Alcune interpellanze di colleghi più che documentate, ma anche l’analisi di advisor internazionali hanno dato dimostrazione di questo. La macchina produttiva e la capacità di pensiero interna funziona ed è anche eccellente, la crosta sovrastante no. E dunque ecco il richiamo all’attenzione, il tardivo intervento del mondo sindacale ed il colpevole disinteresse dei consorziati sulla gestione. Gli eventi recenti sui giornali raccontano nostro malgrado il colpevole ritardo di reazione dell’attuale politica e l’arroccamento del vertice su posizioni che potrei definire poco attuali ed adatte per il futuro.

Questo per quanto riguarda i dipendenti, e le imprese invece?
Le imprese nel tempo hanno riconosciuto il ruolo strategico che lo strumento CSI può svolgere anche nei loro confronti. Ma si sono rese conto anche della “estrema ingessatura” della struttura interna, l’incapacità di aprirsi. Hanno potuto constatare il potenziale valore risultante ma non lo hanno potuto raccogliere perché l’attuale modo di gestire la mancanza di coordinamento interno non lo ha permesso o solo in parte. Alcune di queste lodevoli iniziative di successo, si sono trasformate in specchietto per le allodole propagandate dall’attuale vertice solo per poter dire “abbiamo fatto”, ma in realtà era il minimo. Quindi è chiaro agli imprenditori che potrebbero ottenere molto di più ma hanno dovuto loro malgrado accontentarsi e questo non è un segnale accettabile da parte di uno strumento in mano al pubblico in un momento di crisi come quello che si sta attraversando.
Il culmine di questa situazione lo si è raggiunto quanto si è scoperto “il tesoretto” delle consulenze non produttive assegnate a personaggi di scarso valore per gli effetti produttivi e che ha comportato per il loro mantenimento il taglio di fatto delle consulenze esterne di natura produttiva o le commesse di sviluppo, oltre i disagi per i dipendenti interni.
A questo punto la situazione è diventata esplosiva per gli azionisti del Consorzio, che di fatto non hanno governato con l’attenzione dovuta questa importantissima azienda del settore a livello italiano, fra le prime aziende piemontesi, la prima azienda di comparto a Torino.
Si e’ aggiunto il problema del cambio del direttore generale. Quanto accade non va legato semplicisticamente alla scadenza del mandato, ma anche alla deriva che il consorzio sta assumendo in questi ultimi almeno due anni. Questo va detto per dignità di causa, considerando che le scadenze di mandati sono cose note: sono scritte sui contratti, a meno che qualcuno voglia affermare di averlo dimenticato.

Perché attribuisce questa deriva agli ultimi due anni, non era forse solo crisi di comparto?
La crisi di comparto c’è e non si può negare, ma è solo la condizione che ha portato alla luce i fatti. A mio parere questa deriva e queste condizioni di mala gestione interna, rispetto alla valorizzazione dei dipendenti a discapito di figure esterne esisteva già da lungo tempo e da alcuni atti delle interpellanze è evidentissimo. Ma anche la mala gestione del rapporto con l’esterno era evidentissima. Basterebbe guardare con occhio critico alle chiusure di bilancio del consorzio negli anni recenti: pagava tasse perché faceva utili, come e’ possibile che questa si possa considerare buona gestione del consorzio., Non solo: faceva utili che non avrebbe dovuto fare ma questi venivano tramutati in tasse a discapito della possibilità di tramutarli più oculatamente in forme di reinvestimento a favore dei dipendenti o del mondo delle imprese, non mi sembra un esempio di buona gestione economico finanziaria. Questo modello di gestione, definita da qualcuno “fastidiosa”, ma che in un periodo di abbondanza di finanziamenti pubblici poteva reggere, si é scontrata con la crisi. Il taglio dei fondi e la crisi sui pagamenti degli enti hanno fatto scoprire che la coperta era corta. Volendo continuare con questa miope politica manageriale, qualcuno doveva pagare il conto: taglio sui premi dei dipendenti, mancati rinnovi degli interinale verso l’interno e taglio delle commesse consulenziali produttive verso l’esterno. In sostanza una lenta inesorabile asfissia. Va dato atto ai dipendenti di essersi accorti di questo e di aver fatto di tutto per sollevare il problema nei più svariati modi, dalle missive anonime più che circostanziate e dettagliate fino all’assemblea al palazzetto dello sport dove erano presenti in 700, cosa mai vista per un CSI, per chiedere ai sindacati di porre la questione in modo strutturato. E’ grazie a questi elementi e solo in queste occasioni qualcuno ha iniziato a preoccuparsi, ma già in forte ritardo, ed allora il problema e’ diventato il direttore generale, in realtà lo era già prima.

La politica cosa ha fatto in questi frangenti?
Alla minoranza va dato atto che negli ultimi due anni ha raccolto con forza queste istanze ed ha cercato più di altri di far emergere il problema. Cercando pur nella contrapposizione politica di arrivare a discutere del problema del maggiore controllo di quanto stava accadendo e del nuovo piano di rilancio di questo importante strumento per lo sviluppo del Piemonte.
La maggioranza ha cercato di barcamenarsi raffazzonando interventi sporadici che non sono mai stati incisivi ne sulla conduzione del consorzio ne tantomeno sul modello organizzativo.
Non limitarsi a guardare i numeri che venivano presentati,, ma entrare nel merito del come e di che cosa stava accadendo non è stato fatto fino ad oggi.
Fuori di metafora va detto che la scadenza del direttore era cosa nota perchè scritta su di un contratto, quindi della sua sostituzione si poteva discutere ben prima evitando polemiche ed contrastando la crisi che ora si sta manifestando le cui conseguenze le stanno pagando i dipendenti che incolpevolmente si sentono dire che appartengono ad un carrozzone, le imprese che hanno visto tagliate le commesse e il sistema Piemonte che ha perso comunque una opportunità.
L’attuale politica sta nuovamente arrivando in ritardo, fuori tempo massimo oserei dire, cercando di ricondurre il problema al cambio del direttore generale, brutta semplificazione.

Qualcuno la pensa diversamente: il csi é un esempio eccellente, e riconosciuto a livello nazionale etc..sui giornali è stato scritto molto su questo. Erano solo difese o repliche agli attacchi verso il direttore generale?
Il CSI fa cose eccellenti, è una azienda di professionisti anche di grande levatura, è un punto di riferimento nazionale ed internazionale. Questo non significa automaticamente che sia gestito anche in modo eccellente come dovrebbe, che non si stiano sprecando risorse, che non vengano valorizzate al meglio le risorse interne e che venga fatto proprio tutto quello che è stato dichiarato o come è stato dichiarato.
Il fatto che i conti siano in positivo non toglie nulla alle criticità in atto. Pensiamo invece a cosa sarebbe se fosse ben gestito, pensiamo a cosa potrebbe fare di più. Pensiamo cosa potrebbe restituire al sistema locale delle imprese per farlo crescere e quale importantissimo cuscinetto avrebbe potuto essere in questa crisi profonda che tocca tutti i comparti ed anche l’ICT. Quello che sto dicendo significa che non imputo solo errori veniali all’attuale gestione, anzi sono stati errori gravissimi perchè hanno portato il Consorzio, pur con le sue eccellenze, in una condizione pessima. Le eccellenze frutto del lavoro di molti sono servite a coprire le gravi mancanze sul piano gestionale
Come ha detto bene qualcuno del mondo industriale poco tempo fa parlando di CSI: attenzione a buttare il bambino con l’acqua sporca. Bisogna sapere entrare dentro i fenomeni e fare le giuste distinzioni, altrimenti si rischiano gravi errori.

Qualcuno la pensa diversamente anche nella sua coalizione, csi troppo grande, meglio spezzarlo, distorce il mercato etc.?
Partiamo dall’ultimo punto, distorce il mercato. Anche qui due cose vanno dette la prima: le imprese stesse chiedono un CSI forte che sia cerniera fra mondo pubblico ed imprese. Loro hanno capito bene a cosa può servire uno strumento potente come il consorzio sul mercato delle tecnologie. La seconda: distorce il mercato, potrebbe capitare ma solo se mal gestito, questa e’ una responsabilità politica di chi lo guida. Il mio pensiero è il seguente: CSI non deve sovrapporsi al mercato ma acquisire dal mercato il meglio, non deve produrre ciò che il mercato già offre ma integrarlo. Deve produrre ed aiutare il mercato a produrre ciò che la pubblica amministrazione chiede ed il mercato ancora non offre.
In questo senso lo spezzatino non solo non e’ prevedibile ma è proponibile anzi un rafforzamento del consorzio stesso in termini di stabilizzazione, ma anche di nuove strategie d’azione e rilancio.
Grande o piccolo, non è il problema vero, ma è la definizione di un piano industriale serio con un posizionamento corretto del consorzio fra il mondo pubblico e quello del mercato privato, un giusto equilibrio che garantisca lo sviluppo in Piemonte dell’economia della conoscenza.

Lo spezzatino sarebbe inevitabile solo in assenza di una strategia industriale effettiva , noi abbiamo un idea industriale vera ed importante per si che questo non accada e per far si che le condizioni per uno spezzatino non si presentino.
(e poi siamo cosi sicuri che l’attuale politica non stia facendo questo, un esempio per tutte: due ASL consorziate emettono gare per oltre 60 milioni di euro a cui le imprese piemontesi non possono partecipare ed il csi non le coordina. Non e’ forse questo un inizio di spezzatino.)

Sa chi ha chiesto una risposta vera a tutte queste questioni di fondo?

Ci dica chi?

Proprio i dipendenti del consorzio ed i sindacati. Non piu’ tardi dello scorso sabato 7 gennaio in un convegno organizzato da Rifondazione su CSI quali prospettive, lo hanno chiesto con forza e continuano a chiederlo ma mi pare senza risposte.

Perche’?
Perché la risposta, ovviamente importantissima che viene fornita é solo quella sulla garanzia dei posti di lavoro ribadita dalla Bresso dicendo anche che non pensa ad una spezzatino e che se verrà rieletta anzi rilancerà il consorzio, se ci sarà la riforma della scuola, se ci sarà il decentramento fiscale ed altri se in concatenazione e allora…. La stabilità dei posti di lavoro è un importantissimo segnale per i dipendenti interni ma è un problema altrettanto importante anche per le imprese, su questo nel convegno l’ingegner Rovaris e il Professor Gallino hanno dichiarato che le condizioni sono difficili e le commesse saranno tagliate.
Io sono portatrice di un disegno diverso. Garantire un vero piano industriale, che deve esistere per una qualunque grande industria: il CSI e’ una grande industria di servizi informatici. I piani industriali devo esistere a prescindere dal contesto contingente. Il CSI è una industria pubblica che sta su un mercato captive e deve poter ragionare come una industria; ben vengano le garanzie sui posti di lavoro interni ma bisogna garantire stabilità di strategie, un disegno organico di funzioni e compiti rispetto ai consorziati ma anche rispetto alle ricadute territoriali quindi anche all’indotto. Mi permetta l’inciso, le banche non finanzierebbero dei SE, le banche finanziano progetti seri, gli imprenditori investono su disegni di stabilità e su progetti seri non sui SE.

Secondo Lei si sta facendo qualcosa per avere un piano industriale serio ed una politica di comparto seria dietro ai fondi pubblici dell’informatica?
Se le risposte fornite fino ad oggi dall’attuale politica sono queste: dire di no.
Avere un piano industriale e garantire stabilità da cui derivano i posti di lavoro sia interni che esterni e’ qualcosa di diverso. Intanto si fa i conti con quello che c’e’ e si può fare con le nostre forze mettendo insieme le risorse che già sono disponibili utilizzando tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione, comprese le agevolazioni sulla componete iva dei consorzi comee strumento che solo ora ci si accinge ad adottare ma che in realtà avrebbe potuto dare ossigeno al sistema agli enti ed al consorzio stesso lo scorso anno.

Ma anche le sue paiono dichiarazioni generiche, più’ concretamente cosa ci dice?

Tema complesso ma proviamo in poche parole a cercare di delineare un modello. Partiamo da una premessa importante: la Pubblica Amministrazione e l’innovazione sono due concetti strettamente legati e la prima non può procedere senza la seconda se si vuole cambiare e diventare un sistema competitivo.

L’economia della conoscenza e dell’innovazione oggi e’ basata in Piemonte sulle aziende dell’ICT piemontese che sono circa 13.000 e danno lavoro a 110.000 addetti; circa 200 di queste, per oltre 15.000 dipendenti, fanno attualmente parte del gruppo ICT dell’Unione Industriale di Torino. Si tratta di un settore diversificato e costituito in prevalenza da piccole imprese: più del 90%, infatti, hanno meno di 10 dipendenti.
Secondo le stime più aggiornate, il settore ICT contribuisce per il 6-7% al PIL regionale. Il 60% delle imprese sono localizzate in provincia di Torino, per un totale di 75.000 addetti.
Il CSI è un’organizzazione in house, struttura importante, sia per la modernizzazione della pubblica Amministrazione locale, sia per la ripresa della competitività locale. Deve svolgere meglio il ruolo di cerniera tra domanda e offerta, analizzando, da un lato, i bisogni della PA locale e, dall’altro, organizzando l’offerta su modelli di business integrati di tecnologia e sevizi.
Il CSI deve svolgere il ruolo di System Integrator, progettando ad alto livello ciò che il mercato non è in grado di offrire alla PA e facendo evolvere i propri fornitori, le aziende ICT del piemonte, su un’offerta organizzata per rispondere sempre meglio alle esigenze pubbliche.piemontesi.
Questa modello crea una catena di valore per cui il CSI riversando attraverso i progetto la conoscenza alle imprese queste con dei veri asset potrebbero affrontare il mercato in modo piu’ competitivo con degli asset reali. Ovvero si aprirebbero nuove opportunita’ di business.

I vantaggi nella gestione dell’IT attraverso un modello consortile sono riconducibili, sia sul piano fiscale, alla possibilità di esentare ai fini IVA alcune attività/servizi per significativi importi (14-17 milioni di euro di recupero IVA), sia sul piano organizzativo, alla necessità di impostare il controllo analogo su una struttura in house con evidenti ricadute di tipo organizzativo che potrebbero ragionevolmente ridurre i costi generali di circa 10 milioni di euro.
Una privatizzazione del settore oppure uno spezzatino non designerebbe lo stesso scenario e, inoltre, determinerebbe un impoverimento del tessuto produttivo locale oltrechè un affievolimento del controllo sulle informazioni strutturate in banche dati (vero potere strategico della politica) da parte della PA locale.
Certo e’ che bisogna saper gestire tutte queste dinamiche.



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