Claudia Porchietto - Capogruppo PDL Provincia Torino e Candidata Consigliere Regione Piemonte - 28/29 marzo 2010 - Sito web ufficiale

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LA GRAVE CRISI DI LUNGO PERIODO DEL SETTORE AGRICOLO EUROPEO, NAZIONALE E,SEGNATAMENTE, PIEMONTESE

C'è stato poco da fare: dopo la breve fiammata di ottimismo per un rialzo duraturo dei prezzi agricoli alla produzione del 2008, ci si è reintrodotti nel trend di criticità economica di lungo periodo del settore ormai perdurante da decenni. Dati allarmanti a iosa, nell'appena trascorso 2009, e pochissime luci all'orizzonte, come quella, assai rarefatta, di un export agricolo calato di "solo" il 7% a fronte della frana di quello nazionale complessivo del 23%, a seguito della grave crisi economico-finanziaria globale dalla quale il sistema economico si sta ora lentamente risollevando(+ 0,7% stagionalizzato il Pil italiano nel terzo trimestre 2009, con previsioni di oltre il +1% nel 2010), mentre l'agricoltura( purtroppo logicamente, essendo "anticiclica") purtroppo ancora no. Il valore aggiunto agricolo italiano è sceso nell'ultimo lustro di oltre 2 miliardi di Euro( -6,4%), con i prezzi alla produzione saliti in nove anni solamente del 7% ( nel 2009, un "bel" -5% di tutti i comparti agricoli, con oltre il 6% di calo nello specifico delle coltivazioni), a fronte di un aumento dei costi della medesima produzione del 26%. Disastrosa la zootecnia, dove nell'equivalente lasso temporale 2000/2009 i prezzi alla produzione si sono incrementati in tutto del 2%.
Il reddito agricolo della Penisola del 2009 si è ridotto di un quarto rispetto all'anno precedente( il peggiore in Europa, che mediamente scende "solamente" del 12%, dopo la sola Ungheria, "sotto" del 36% a causa della crisi finanziaria che ha colpito il Paese dell'Est Europeo e la sua valuta in modo più pesante che altrove). Catastrofico, poi, il calo del nostro reddito per addetto agricolo fra il 2005 ed il 2009: -30%, contro una media europea contrattasi in modo molto più limitato( -1,7%).
Cosa fare per riuscire a venire fuori da un circolo vizioso così letale, ritornando a veder ricrescere produzione e reddito agricoli assieme alle imprese ed alle loro opportunità commerciali in presenza di un calo o, quantomeno, di un contenimento dell'aumento dei costi? Il "made in Italy" pare il 'must' principale, e tuttavia le contraddizioni nel suo sviluppo persistono e si ampliano addirittura. Si pensi, limitatamente, per esempio, al Piemonte: alla zootecnia ed ai costi ed agli investimenti per raggiungere una filiera garantita e di qualità quando, nella grande distribuzione, stanno ormai arrivando a farla da padrone le carni estere grazie ad una politica di prezzi incontenibile; o al settore cerealicolo ed al grano di qualità e forza, adatto alla panificazione ed alla produzione di dolci, ricercatissimo dall'industria molitoria, che ha costi elevati di produzione e minor quantità di prodotto per ettaro ma sovvenzioni equivalenti a quelle della produzione cerealicola di più infima qualità che non rendono competitiva la sua coltivazione; oppure ancora al comparto saccarifero, disfatto in quatto e quattr'otto in Piemonte con la chiusura dello zuccherificio di Casei Gerola nel tentativo( peraltro abortito in un breve volgere di tempo) di sviluppare altri distretti, quando le nostre barbabietole erano le più apprezzate quanto a qualità zuccherina da colossi alimentari come Coca Cola e Ferrero. Un altro "input" che possa valere quantomeno a stabilizzare la volatilità dei prezzi e dei redditi agricoli( quanto alla cui ecatombe comunque generalizzata a livello europeo, basti pensare che in Francia, con 14.500 Euro medi annui del 2009, cioè la metà del 2007, si è ritornati a livello reddituale per gli agricoltori pari a quello del 1990) può essere quello di "seguire"più attentamente il mercato. Per esempio, se, sempre in Francia, in campo vinicolo il prodotti DOC hanno perso nell'ultimo anno il 7% e quelli "da tavola"(" simil-Tavernello") hanno guadagnato il 39%, vorrà ben dire qualcosa sulle abitudini alimentari delle nuove generazioni di consumatori. Che altro? Certo, intervenire nella deburocratizzazione delle pratiche relative ai sussidi può essere importante, ma è la logica di un settore che si è sviluppato "assistenzialmente" per decenni che va rivista( si pensi che, se negli Anni '70 il Bilancio dell'Europa era per il 70% impegnato a favore dell'agricoltura, ancora oggi, compresi i piani di sviluppo rurale, siamo poco sotto il 50%), anche in termini di nuovi "protagonisti" da richiamare che intendano investire in agricoltura: troppi lacci e lacciuoli esistono a protezione di operatori tradizionali( coltivatori diretti, imprenditori agricoli a titolo principale) perché "fondi freschi" vengano dirottati senza remore da nuovi investitori "forti" in agricoltura. Che poi la Politica Agricola Comunitari continui a dimostrarsi schizofrenica da decenni non aiuta certo. Dapprima si era deciso di aumentare la produzione; poi era passato il concetto di determinare delle quote( e si è visto, specie nel latte, ma non solo, cos'è successo: ma qui è anche stata colpa della debolezza italiana nelle trattative a suo tempo elaborate, barattando l'interessa nazionale con un una sorta di imprimatur internazionale a Governi -sic!- "nostrani" davvero poco …raccomandabili, essendo stati capaci, fra l'altro e solo per dirne una, di raddoppiare in un decennio il Debito Pubblico) garantite di produzione per assicurare prezzi agricoli minimi; quindi dal 2005, ci si era spostati su un "market oriented mode", disaccoppiando terreni e produzione col rilascio dei cosiddetti "titoli". Dal 2013, tutto ciò muterà ancora, e ci si indirizzerà presumibilmente nel favorire la tutela dei beni comuni, come ambiente, acqua e peculiarità territoriali. Funzionerà? Difficile dirlo, in un contesto in cui ogni problema è visto con una miopia davvero impressionante. Quello degli Ogm, per esempio, si rispecchia tale e quale a quello per cui l'Italia ha a suo tempo "perso il treno" dell'energia nucleare o, prima ancora, ha distrutto l'industria degli elettrodomestici per il ritardo biblico accumulato( per motivi sociopolitici) nella televisione a colori. E' ovvio anche ai più sprovveduti che ormai tutto è ormai "ogiemmeizzato" da tempo ed il non volerlo capire significa solo perdere opportunità di business, anzi, peggio: di sopravvivenza per il settore agricolo. Il progresso non si ferma. Inutile e dannoso fare i No-Tav anche in agricoltura. Leggi Europee( e regolamenti, invero, mai debitamente susseguiti) hanno prodotto, relativamente agli Ogm, l'emanazione di linee guida nazionali da sviluppare con le Regioni. Si determinino le risoluzioni e si parta, che è già tardi.


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