Proposte

Sbloccati i criteri per il Programma casa: “10mila alloggi entro il 2012″

Nella Giunta regionale del 2 dicembre 2011 sono stati approvati i criteri, i tempi e le modalità d’intervento per la programmazione del primo biennio del “Programma casa: 10.000 alloggi entro il 2012”. Penso che possa essere molto utile dal punto di vista sociale questo intervento che intervie su un problema spinoso quale quello dell’edilizia popolare.

Per chi fosse interessato può cliccare il link qui di seguito pubblica per leggere la delibera: DGR Programma Casa

dicembre 19, 2011 By : cporchietto Category : Proposte Tags:,
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Ci penserà il superdiploma a inserire i giovani al lavoro – La Stampa

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dicembre 5, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:
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La risorsa del nuovo Paese – La Stampa

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dicembre 2, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte 0 Comment

Siamo noi i migliori agricoltori Ma ora l’Ue ci boicotta il tabacco – Il Giornale

Con la scusa della salute, l’Europa vuol boicottarci il tabacco. Un provvedimento allo studio di Bruxelles rischia di mettere in seria difficoltà un settore importante dell’agricoltura italiana, proprio nel momento in cui nei campi siamo diventati più forti dei francesi e dunque la prima agricoltura d’Europa per valore della produzione.

Il tabacco fa male d’accordo. Ma non c’entra con la mossa di Bruxelles. Già, perch´ qui non si parla di guerra al fumo di carattere sanitario, ma di una congiura europeista che danneggia il comparto italiano che ogni anno sforna 20 mila tonnellate di tabacco. La nostra fiorente produzione rischia di sparire per colpa di una distratta politica comunitaria. E guarda caso penalizza solo l’Italia che in agricoltura, nel 2011, ha conquistato un primato assoluto: i nostri contadini fanno rendere le terre il triplo degli inglesi e il doppio dei francesi nonostante la superficie coltivata sia pari ad appena la metà di quella dei cugini. Dunque, il blocco del tabacco puzza di ripicca. Ma questa sensazione sembra trovare conferma nel pasticcio sul tabacco. Che parte dalle nostre colture. Forse non molti sanno che in Campania, Umbria, Veneto, Lazio e Toscana si producono annualmente 97.800 tonnellate di tabacco in foglia di due qualità: Burley e Virginia. Questo tabacco diventa poi American blend, che costituisce la miscela per le sigarette fumate in Europa: circa 88 miliardi l’anno. Come si arriva alla miscela? Usando degli additivi, che sono sostanze naturali utilizzate anche nell’industria alimentare. Qualche esempio? Umettanti, zuccheri, piccolissime parti di liquirizia. Insomma, tutti ingredienti che vengono aggiunti al tabacco durante la manifattura delle sigarette e servono a riequilibrarne il sapore, a reintegrare gli zuccheri persi durante il trattamento della foglia e a conferire ai vari brand il loro gusto caratteristico differenziandoli gli uni dagli altri.
Così è sempre stato. Ma improvvisamente queste sostanze non piacciono più alla Ue che ha proposto di abolirle. La Commissione Europea ha infatti avviato il processo di revisione della Direttiva 2001/37/CE regolante la produzione, presentazione e vendita dei prodotti del tabacco. E una delle normative contenute nella proposta è il divieto dell’uso degli ingredienti. Qualcuno dirà, bene perch´ sono proprio queste sostanze a creare la cosiddetta dipendenza da nicotina. E la pensa così anche la Commissione. Nel documento si scrive che «gli ingredienti aumenterebbero il potenziale attrattivo e assuefattivo dei prodotti del tabacco». Ma gli stessi promotori del divieto contraddicono gli esperti che loro stessi hanno ingaggiato (e pagato) per ottenere la prova della loro affermazione. Infatti i risultati del rapporto del Comitato Scientifico sui Rischi per la Salute sostengono che, ad oggi, non ci sono prove scientifiche che dimostrino il potenziale attrattivo e assuefattivo degli ingredienti. Il rapporto conferma, invece, questi condizionamenti sono assolutamente soggettivi legati soprattutto alle caratteristiche più commerciali del prodotto. Dunque si vuole colpire una produzione in cui l’Italia è leader senza nessun fondato motivo. In compenso, siccome senza gli ingredienti il tabacco non si può utilizzare, si prospetta all’orizzonte il declino di queste coltivazioni italiane, Burley in testa, e la perdita di molti posti di lavoro con un impatto economico e sociale altissimo. Il bacino di manodopera occupa circa 60mila famiglie e, in termini di addetti ai lavori coinvolge oltre 200mila unità, prima filiera a livello europeo e ottava nel mondo. Le reazioni alla decisione della Commissione hanno già fatto il giro del Vecchio continente.

In una consultazione pubblica on-line lanciata dalla stessa commissione europea sono arrivate ben risposte 87 mila di persone inferocite che dicono «no» a questa censura. Perch´ la conseguenza sarebbe rocambolesca: aumenterebbe il giro d’affari delle sigarette di contrabbando e si fumerebbero altri tipi di tabacco, come il Virginia, importato dagli Usa.

di Enza Cusmai

dicembre 1, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:, ,
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L`Europa scommette sulle piccole e medie imprese – Corriere della Sera

Nei prossimi sette anni le piccole e medie imprese continueranno a essere la principale fonte di crescita, occupazione e benessere in Europa. Le Pmi, difatti, restano la nostra arma migliore per lasciarci la crisi alle spalle. Superata l’illusione di dividere il mondo tra Paesi produttori e avanzati che si specializzano escluSivamente sui servizi o nicchie ad alto valore aggiunto, l`Europa deve tornare a essere competitiva con un manifatturiero di qualità e innovativo.

Ma per poter competere in Europa e nel mondo, le nostre imprese hanno bisogno di un contesto più favorevole, in cui possano esprimere tutte le loro potenzialità creative. Per questo, a Bruxelles, adottiamo il nuovo programma per la Competitività delle Pmi che stanzia 2,5 miliardi di euro per il 2014-2020, raddoppiando la dotazione rispetto al programma in corso. Con maggiore sostegno, dunque, per innovazione, qualità e accesso ai mercati e per la promozione dell`imprenditorialità e del turismo.

In particolare, puntiamo su più accesso ai capitali, ricerca applicata e semplificazione.

Se gli spread sono il termome- tro della fiducia nella nostra capacità di ripagare i debiti, non meno preoccupanti sono i segnali legati alle condizioni di credito per le imprese. Le difficoltà del sistema bancario rischiano di innescare un meccanismo perverso che auto alimenta la crisi, rendendo sempre più difficile risalire la china. Compito della politica, spezzare questo meccanismo intervenendo in maniera robusta e tempestiva per facilitare il credito.

Il recente calo dei tassi non ha portato vantaggi tangibili alle imprese che hanno invece visto ulteriormente deteriorarsi le condizioni di credito, cosi come fotografato dal terzo rapporto trimestrale della Bce. Per questo l’accesso al credito è in cima all’agenda politica. E oltre la metà dei fondi (ben 1,4 miliardi) del nuovo Programma sono destinati proprio a garantire prestiti e venture capitai attraverso un fondo della Banca europea d`investimento e gli intermediari finanziari. Stimiamo un effetto leva nell’ordine di 42 miliardi di euro. Cosi che, se l`attuale programma ha consentito di finanziare 300mila imprese e creare oltre 400mila posti di lavoro, con il nuovo programma si stima oltre mezzo milione di beneficiari e quasi 600mila nuovi posti.

La scorsa settimana ho scritto una lettera al presidente José Manuel Barroso, sottolineando l`urgenza di sbloccare nel breve termine almeno 100 milioni di euro di fondi non utilizzati dal bilancio Ue, per rafforzare il programma di garanzie al credito in corso in attesa delle nuove risorse.

Il pacchetto sulla competitività promuove anche un contesto più favorevole alle imprese e la diffusione della cultura imprenditoriale, specie per gli aspiranti nuovi imprenditori.

Non è detto che per trovare lavoro si debba per forza cercare un posto da dipendenti.

Con opportuni stimoli e sostegno nell`accesso ai capitali, molti possono aspirare a rischiare in proprio, avviando un’impresa.

E stato presentato anche il nuovo quadro strategico per la ricerca e l’innovazione «Horizon 2020», con 80 miliardi di euro, con un incremento di 26 miliardi rispetto al precedente periodo (2007-2013). Di questi, ben due terzi saranno destinati alla ricerca applicata e all’innovazione industriale, mentre soltanto un terzo riguarderà la ricerca accademica. Si tratta di un`inversione di tendenza rispetto al passato.

L`innovazione deve raggiungere anche le Pmi, consentendole di essere al tempo stesso sia «consumatori» che «produttori» di soluzioni innovanti. Per questo una quota rilevante del 15% delle azioni per l`innovazione è destinata a loro. Non usciremo dalla crisi col solo rigore o tagli lineari. La politica è chiamata a scelte vere, a concentrare risorse su priorità che possano fare da volano alla crescita e all’occupazione. E investimenti intelligenti e mirati su accesso ai capitali e innovazione sono la soluzione per fermare la spirale indebitamento – tagli – recessione.

Vorrei concludere citando una riflessione del grande pensatore Francesco Guicciardini, che agli inizi del XVI secolo ci offrì un punto di vista che, riletto oggi, risulta di straordinaria attualità: «Non consiste tanto la prudenza dell’economia nel sapersi guardare dalle spese, perché sono molte volte necessarie, quanto il saper spendere con vantaggio». Proprio se vogliamo un nuovo «Rinascimento» dell’economia e della società europea, dobbiamo far tesoro della lezione dei banchieri fiorentini che, oltre cinque secoli fa, esportarono in tutto il vecchio continente i principi del credito moderno, destinato al «negotium», ovvero all’avvio di attività d`impresa.

di Antonio Tajani

Vicepresidente della Commissione europea responsabile per l`industria e l`imprenditorialità

dicembre 1, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:, ,
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Pensionati ma baroni, rettori inamovibili – Corriere della Sera – (G.M. Stella)

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novembre 30, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:,
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Imprese sul web, a Torino l’oscar di Google – La Stampa – (M. Peggio)

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novembre 29, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:,
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Mario Sensini: Authority sui conti pubblici Governo pronto al via libera – Corriere della Sera

Mario Monti gioca d’anticipo sull’Unione Europea. Il governo potrebbe infatti istituire in tempi piuttosto brevi un ufficio autonomo per la verifica della spesa pubblica. La creazione di un’authority indipendente sui conti pubblici è stata proposta appena due giorni fa dalla Commissione europea tra gli strumenti di rafforzamento della vigilanza e di governo della zona euro con i quali accompagnare l’eventuale emissione degli eurobond. Ma senza aspettare le obbligazioni comunitarie, né tantomeno la discussione e poi l’adozione formale del regolamento della Commissione, l’Italia sembra già pronta a partire.

La proposta di un’autorità indipendente per vigilare sulla finanza pubblica potrebbe spuntare già martedì prossimo nell’Aula della Camera, quando il governo presenterà il nuovo testo del disegno di legge costituzionale per la riforma dell’articolo 81 della Carta con l’introduzione del vincolo al pareggio di bilancio. Il testo presentato dall’ex ministro Giulio Tremonti viene ritenuto dal nuovo esecutivo troppo dettagliato e pesante, con il rischio che si creino problemi in fase di attuazione.

Pietro Giarda, il ministro dei Rapporti con il Parlamento che segue i lavori sul ddl alla Camera, ha fatto sapere che il governo preferirebbe un testo più snello del nuovo articolo 81 della Costituzione, rinviando i dettagli alla legislazione attuativa. Dove troverebbe spazio anche l’ufficio indipendente sui conti pubblici. L’embrione dovrebbe essere quello dei Servizi bilancio di Camera e Senato, da raccordare con la Corte dei Conti, la Ragioneria generale dello Stato e la Banca d’Italia, sul modello del Congressional budget office degli Stati Uniti.

Oggi, intanto, nel corso del Consiglio dei ministri si farà un nuovo punto sui lavori per la definizione del pacchetto delle misure per la crescita e la nuova correzione di bilancio, che dovrà essere di almeno 15 miliardi di euro nel prossimo biennio. Il menu è quello anticipato nei giorni scorsi, con una stretta fiscale sulla casa, la revisione delle rendite catastali, una patrimoniale leggera sulle grandi proprietà, forse anche un nuovo aumento dell’Iva. «C’è da correggere la manovra alle nostre spalle; non è credibile reperire 20 miliardi di euro da un taglio dell’assistenza. Bisogna fare altro, bisogna che chi ha di più dia di più. Quindi è molto difficile escludere una patrimoniale da uno sforzo di questo tipo» ha detto ieri il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

La patrimoniale non piace a Silvio Berlusconi, ma non pare proprio essere un tabù per il nuovo esecutivo. Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, non esclude anzi che proprio da quella tassa possano derivare le risorse per la protezione dell’ambiente dal dissesto idrogeologico. In ogni caso, ha detto Clini, «serve un fondo alimentato dalla fiscalità corrente».

Tra le prime misure del governo, attese entro l’8 dicembre, potrebbero esserci anche un piccolo ribasso per l’Irap sul lavoro e gli interventi sulle pensioni e il mercato del lavoro, anche se secondo alcune fonti di Palazzo Chigi, questi interventi potrebbero vedere la luce in un secondo momento, dopo la manovra per la correzione dei conti. In arrivo anche il piano per le dismissioni, la liberalizzazione dei servizi, degli ordini professionali, un intervento per sbloccare i pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese. Corrado Passera, superministro dello Sviluppo, ne ha accennato ieri a Bruxelles. Assicurando anche l’arrivo di un nuovo Piano nazionale per l’energia dopo il nucleare. Bisognerà individuare le fonti alternative con le quali coprire il 25% del fabbisogno che avrebbe dovuto essere garantito dal nucleare.

novembre 25, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte 0 Comment

Barbara Spinelli: La deriva tedesca – (Repubblica)

Il modo in cui la Germania sta guidando la Ue ha una fisionomia sempre più inquietante, e anche molto singolare. È inquietante perché tutte le strategie per far fronte all’attacco contro i paesi più deboli dell’euro sono frutto di filosofie economiche che hanno Berlino come protagonista.

La Banca centrale europea si conforma alle esigenze tedesche, e pur avendo capacità e risorse si rifiuta di calmare l’ansia dei mercati divenendo prestatrice di ultima istanza, non istituzione che innervosisce tutti con il suo imprevedibile dare-non dare. Gli Stati che sono sull’orlo della bancarotta adottano misure di austerità concordate innanzitutto con Angela Merkel. I vertici dell’Unione europea sono costretti a guardare oltre il Reno prima di discutere i propri piani con altri Stati membri.

È una situazione che comincia a creare un vasto malessere – non solo in Italia, Grecia o Spagna ma anche nell’esecutivo guidato da Barroso – perché Berlino ha una condotta ferma e contemporaneamente inattiva: guida senza davvero guidare, pone veti e tentenna, mette fretta ed è lenta a muoversi. Questo è inquietante, e al tempo stesso estraniante.

È come se Berlino non vedesse che il rischio bancarotta incombe non solo sugli Stati ammalati del loro debito, ma sull’intera zona euro e anche su se stessa. Come se la propria salute economica, peraltro più fragile di quello che si pensi (ieri erano sotto attacco anche i titoli tedeschi) rendesse la Repubblica federale cieca a quel che accade in una casa comune di cui è pur sempre parte, dalla quale dipende in maniera esistenziale, senza la quale non potrebbe vantare gli odierni successi economici.

Successi che i dirigenti tedeschi ascrivono giustamente alla propria saggezza economica, alla propria politica del lavoro, alle proprie abitudini risparmiatrici, ma che non esisterebbero se il Paese non fosse circondato da nazioni alleate che acquistano le sue merci, e le acquistano solo se il loro crescere e il loro consumare non vengono punitivamente strozzati. Una nazione che uscisse da Eurolandia e riafferrasse la mitica Deutsche Mark che ha sacrificato, si troverebbe con una moneta talmente rivalutata da strangolare le proprie esportazioni e il proprio benessere.

Quel che è perturbante, nella strategia del governo Merkel, è l’idea che è andata ossificandosi sulla crisi dell’euro e dei debiti sovrani nell’Unione. Più che un’idea è un’ideologia, che nella cultura economica nazionale ha radici lontane, risalenti al periodo fra le due guerre. È la cosiddetta dottrina della “casa in ordine” (Haus in Ordnung), secondo la quale ogni Stato deve prima raddrizzare le storture e far pulizia nel proprio recinto, e solo dopo può contare sulla cooperazione e la solidarietà internazionali.

Secondo i più dogmatici sostenitori di tale dottrina, nelle sedi internazionali e perfino nell’unione sovranazionale europea non si decidono politiche comuni: ci si controlla a vicenda, perché ognuno a casa propria faccia bene i compiti.

Non a caso, nel discorso tenuto un anno fa al Collegio europeo di Bruges, Angela Merkel ha fatto l’elogio dell’Europa intergovernativa, criticando velatamente il metodo comunitario: che è il metodo grazie al quale le consultazioni e i coordinamenti si trasformano in comuni decisioni prese a maggioranza, senza veti di singoli Stati.

È con armi puramente ideologiche che il governo tedesco, pur dominando un’Europa cui non vuole rinunciare, pur denunciando le forze centrifughe che la minacciano, sta contribuendo di fatto a renderla imbelle, ad accentuarne il disfacimento.

Tutto quello che potrebbe salvare la zona euro (la messa in comune del debito, gli eurobond reclamati ieri da Barroso e Monti, i poteri maggiori dati alla Commissione, la trasformazione della Banca centrale di Francoforte in un organo che garantisca gli Stati in difficoltà e pur disciplinandoli li aiuti a crescere, come fa la Federal Reserve in America), Berlino sta ostacolandolo. Sono progetti che guarda con sospetto, come se davanti a sé vedesse un eretico che urla sguaiato.

Mario Monti sta tentando una difficile battaglia su questi temi, e fa bene a ricordare che il pericolo è di “mandare a fondo l’euro”, non questo o quel Paese. Fa bene a battersi per un’Unione dotata di organi sovranazionali meno dipendenti dai singoli Stati, e a rammentare che i governi europei devono imparare a decidere insieme, oltre che consultarsi in configurazioni bilaterali o triangolari.

La Germania, lo sappiamo, vive di storia e di politica della memoria. Furono i due ingredienti della sua straordinaria rinascita democratica, nel dopoguerra, ma può accadere che una virtù si irrigidisca e diventi a tal punto straboccante da mutarsi in vizio. Troppa virtù distrugge la virtù, troppa memoria dei disastri dell’inflazione distrugge le economie che nell’immediato, oggi, sono minacciate da recessioni e disuguaglianze sociali più che dall’inflazione. Quel che il Paese sta dimenticando, è la rovina che gli cadde addosso fra le due guerre: la politica delle Riparazioni, che le potenze vincitrici del ’14-18 imposero alla stremata Repubblica di Weimar. In uno dei suoi libri più politici (Le conseguenze economiche della guerra), John Maynard Keynes pronunciò nel 1919 parole infuocate contro una logica castigatrice nei confronti del Paese vinto che avrebbe annientato  -  scrisse  -  le sue capacità di ripresa economica e dunque la sua democrazia nascente.

Accadde esattamente quello che scrisse: la pace degenerò in “pace di Cartagine”. Oggi è la Germania il paese vincitore. Sarebbe assurdo che proprio lei praticasse, verso i partner dell’Unione, la funesta politica delle Riparazioni e del Delenda Carthago. È uno scandalo che si torni all’epoca fra le due guerre e non al secondo dopoguerra, quando Keynes fu infine ascoltato e da una vera cooperazione internazionale nacquero gli accordi di Bretton Woods e il Piano Marshall.

La Germania non fu sempre com’è oggi. Fu tra i paesi più europeisti, grazie a figure visionarie come Adenauer, Brandt, Schmidt, Kohl. Grandioso fu Kohl quando rinunciò, contro il parere della Bundesbank, a quello che era stato, per decenni, l’unico simbolo di sovranità di un paese diviso e orfano di sovranità politica e militare: il marco. Il Cancelliere democristiano fece questo passo nella speranza non solo di far accettare l’unificazione nazionale ma di ottenere un’Europa politica più forte, che tuttavia non venne.

Non venne neanche la messa in comune dell’atomica francese. Mitterrand si rivelò un alleato infido, se non traditore. L’inacidirsi dei governanti tedeschi ha inizio allora, e le responsabilità di Parigi  -  che oggi corre dietro a Berlino illudendosi di specchiarsi nella sua grandezza  -  sono enormi.

Nel frattempo l’inacidimento è cresciuto, man mano che le condotte economiche degli Stati dell’Unione hanno cominciato a divergere. A quel punto la forza della Germania è apparsa chiara, la sua leadership in Europa sempre più forte. Ma è una leadership singolare, appunto. È rifiutando di agire che agisce nel più confuso, lento, pernicioso dei modi. La sua forza è retrattile, ma è pur sempre una forza. Ci sono momenti nella storia in cui il peccato di omissione e di inerzia è più grave del peccato attivo, aggressivo. Proprio questo momento stiamo vivendo.

novembre 24, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:,
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Statuto delle imprese: una rivoluzione copernicana

È legge lo Statuto delle imprese. Con il via libera definitivo della Camera è arrivata una legge che punta a tutelare la libertà di impresa e a snellire una serie di procedure burocratiche per le piccole e medie imprese. Il provvedimento attua anche lo Small Business Act, la Carta europea dei diritti per le piccole e medie imprese. Il via libera è giunto all’unanimità, senza modifiche rispetto al testo arrivato dal Senato. Il provvedimento aveva già avuto il via libera di Montecitorio il 15 marzo scorso e poi del Senato il 20 ottobre.

Premessa

La proposta di legge Statuto delle Imprese è finalizzata a sviluppare il dettato dell’articolo 41 della Costituzione declinando, sulla base dei princìpi di libertà di iniziativa e di sussidiarietà, i diritti fondamentali delle imprese, nonché a recepire l’invito rivolto dall’Unione europea con lo Small Business Act. In quanto tale, essa costituisce un punto di riferimento imprescindibile per ogni legislazione e regolamentazione successive, nazionali, regionali e locali, alla stregua dello « statuto dei lavoratori » (legge n. 300 del 1970) con riferimento alle normative sul lavoro. Essa si applica, tuttavia, non solo alle MPMI, ma a tutte le imprese, nella convinzione che « quello che va bene alla piccola impresa, va bene a tutte le imprese ».

Articolo 1: la ratio dello Statuto delle Imprese

In particolare, l’articolo 1 esplicita la ratio della proposta di legge. Finalità principali sono riconoscere e incentivare il
ruolo delle imprese e degli imprenditori e, in particolar modo, snellire la procedura per l’avvio di nuove imprese. Si punta a
favorire la competitività del sistema produttivo nazionale nell’ambito internazionale.
Le MPMI sono tra i principali beneficiari della legge e con essa si vuole promuovere anche l’azione della pubblica amministrazione verso tali imprese.

Articoli 2 e 3: i principi guida dello Statuto delle Imprese

Nell’articolo 2 si esplicitano i princìpi fondamentali da cui nasce la presente proposta di legge e, in particolar modo, si fa riferimento a: libertà di iniziativa economica e di prestazioni di servizi, principio di sussidiarietà orizzontale, fiducia dello Stato nei confronti dell’imprenditore e dell’impresa, innovazione nell’ambito imprenditoriale e reciprocità nei rapporti economici e nelle transazioni.
Nell’articolo 3 vengono definiti i princìpi della libertà associativa. Si stabilisce che ogni impresa è libera di aderire a una o più associazioni. È interessante notare come si ponga subito il limite della non rappresentatività esclusiva da parte di un’associazione.

Articolo 4: la valutazione obbligatoria preventiva dell’impatto delle norme sulle MPMI

Con le disposizioni dell’articolo 4 si vogliono vincolare lo Stato, le regioni, gli enti locali e gli enti pubblici a una valutazione obbligatoria dell’impatto sulle MPMI delle loro iniziative legislative, regolamentari e amministrative. Così facendo si vuole evitare che vengano approvati atti legislativi di diversa natura che andrebbero a danneggiare e a disincentivare l’operato e la nascita di nuove imprese. Tale valutazione deve essere effettuata prima della presentazione delle proposte.

Articolo 5 e 6: la semplificazione normativa

Le imprese sono tra le principali destinatarie dell’azione dello Stato e della pubblica amministrazione.
Con l’articolo 5, pertanto, si dispone che lo Stato, le regioni, gli enti locali e gli enti pubblici debbano prevedere un trattamento favorevole e semplificato per la nascita di nuove imprese. Si sancisce il diritto delle imprese che presentano istanze alla pubblica amministrazione a ricevere un riscontro entro il termine massimo di novanta giorni. Questo particolare procedimento viene, nell’articolo in questione, specificato in modo dettagliato anche nel caso di interruzione. Si definisce, inoltre, una posizione di favore per le imprese nei confronti della pubblica amministrazione prevedendo disposizioni che portano a una semplificazione amministrativa; ad esempio,
si vieta alla pubblica amministrazione di richiedere alle imprese copie di documentazioni già in possesso della stessa amministrazione.
L’articolo 6 stabilisce che le certificazioni relative a prodotti, processi e impianti, se vengono rilasciate alle imprese da enti e da società professionali abilitati, sostituiscono la verifica della pubblica amministrazione.
Anche questa disposizione ha come obiettivo la semplificazione.

Articolo 7: imprenditori in stato di insolvenza

Con l’articolo 7 ci si pone come obiettivo quello di dare una seconda possibilità agli imprenditori in stato di insolvenza. A
tale fine si stabilisce che le procedure egali di scioglimento di un’impresa non possono essere superiori a un anno.

Articolo 8: le informazioni relative agli appalti pubblici

L’articolo 8 dispone che lo Stato si impegni a rendere il più trasparente possibile l’informazione relativa agli appalti pubblici disponibili d’importo inferiore alle soglie stabilite dall’Unione europea.

Articolo 9: i criteri di definizione

L’articolo 9 rinvia ai criteri utilizzati nell’ambito dell’Unione europea, per la definizione di micro impresa, di piccola impresa e di media impresa. All’interno di questo articolo sono definiti i distretti industriali, i meta-distretti, i distretti tecnologici e le reti di impresa. Fondamentali sono le definizioni di imprese femminili, quelle cioè con una partecipazione al capitale di una quota non inferiore al 65 per
cento di donne, e di imprese di giovani, quelle con una partecipazione societaria di una quota non inferiore al 65 per cento di persone con età inferiore a trentacinque anni.

Articolo 10: incentivazione dello spirito imprenditoriale

L’articolo 10 intende incentivare lo spirito imprenditoriale, che costituisce uno degli obiettivi principali di questa proposta di legge. Anzitutto lo Stato deve favorire il contesto e le modalità in cui le imprese possano svilupparsi. Inoltre si definisce come compito dello Stato l’inserimento del concetto di imprenditorialità nell’attività didattica sia scolastica che universitaria.
Infine, sempre lo Stato deve offrire un appoggio attraverso il tutoraggio alle imprese e, in particolar modo, alle donne imprenditrici e ai giovani imprenditori.

Articolo 11: il sostegno pubblico alle MPMI

Con l’articolo 11, lo Stato, le regioni e gli enti locali si impegnano ad attuare un particolare sostegno pubblico per le MPMI. Si specificano attraverso un elenco i destinatari di questi atti di sostegno e di trattamento di maggior favore: microimprese, piccole imprese,
medie imprese, imprese giovanili, imprese femminili eccetera. In particolar modo, lo Stato riserva trattamenti di maggior favore
alle imprese che si organizzano attraverso un principio di rete con distretti, con meta-distretti, con distretti tecnologici e con reti di impresa.

Articolo 12: il sostegno alla competitività

L’articolo 12 riguarda la competitività delle nostre imprese. Si prevede che lo Stato favorisca l’innovazione, l’internazionalizzazione
e la capitalizzazione delle imprese attraverso interventi precisi. Si garantisce alle MPMI una riserva minima del 50 per cento degli incentivi per l’internazionalizzazione e l’innovazione e si riconosce un ruolo attivo delle associazioni delle imprese e dei loro centri di servizio.
Lo Stato favorisce, inoltre, il collegamento e le condizioni per l’accesso delle MPMI al patrimonio di conoscenza del sistema pubblico della ricerca.

Articolo 13: i principi di tassazione

L’articolo 13 riguarda i princìpi di tassazione da applicare alle imprese. Per quanto concerne l’imposizione fiscale, lo Stato differenzia
la tassazione degli utili concedendo condizioni di maggiore vantaggio agli utili reinvestiti nella capitalizzazione, nel capitale umano, nella ricerca, nell’innovazione e nell’internazionalizzazione. Si vuole raggiungere l’obiettivo della semplificazione dell’imposizione e della corresponsione delle imposte. Si pone anche un limite all’imposizione fiscale diretta e indiretta che, complessivamente, non può superare il 45 per cento degli utili di impresa.

Articolo 14: nuove imprese giovanili, femminili, tecnologiche e aree svantaggiate

L’articolo 14 disciplina il settore delle nuove imprese giovanili, femminili, tecnologiche e delle aree svantaggiate. Lo Stato
garantisce regimi fiscali di maggiore vantaggio per le imprese avviate da giovani nei primi tre anni di attività, per le nuove imprese
tecnologiche, per le nuove imprese femminili e per le imprese localizzate nelle aree svantaggiate, il termine è prorogato di ulteriori due anni. A questi tipi di imprese si concedono una serie di esenzioni per facilitarne lo sviluppo. Inoltre si stabilisce che le regioni, gli enti locali e le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura possono mettere a disposizione delle nuove imprese aree e locali senza oneri per i primi cinque anni di attività dell’azienda.
Le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura sono inoltre tenute a garantire formazione e assistenza a queste tipologie d’impresa.

Articoli 15 e 16: l’Agenzia nazionale per le MPMI

L’articolo 15, al fine di attuare le finalità principali della legge, istituisce l’Agenzia nazionale per le micro, piccole e
medie imprese. L’Agenzia dovrà elaborare proposte per lo sviluppo di micro, piccole e medie imprese e predisporre annualmente
un rapporto sul mondo delle stesse.
Dovrà anche occuparsi dell’analisi dell’impatto preventivo sulle stesse imprese dei disegni di legge governativi e degli schemi di decreti legislativi. Interlocutori princi- pali dell’Agenzia sono il Ministero dell’economia e delle finanze e il Ministero dello sviluppo economico.
L’articolo 16 individua i componenti dell’Agenzia nazionale, che è un organo collegiale composto dal presidente e da quattro membri, il cui mandato è fissato in cinque anni.

Articoli 17, 18 e 19: la Commissione parlamentare per le MPMI

L’articolo 17 istituisce una Commissione parlamentare per le micro, piccole e medie imprese. La Commissione è composta
da dieci deputati e da dieci senatori.
L’articolo 18 stabilisce le funzioni della Commissione parlamentare, la quale valuta l’attuazione degli accordi internazionali e della legislazione relativi alle MPMI e formula osservazioni e proposte sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente.
L’articolo 19 pone le spese di funzionamento della Commissione parlamentare a carico dei due rami del Parlamento.

Articolo 20: il ruolo delle Regioni

L’articolo 20 stabilisce che le regioni, sulla base delle competenze loro attribuite ai sensi del titolo V della parte seconda della Costituzione, possono prevedere anche norme di maggiore favore per le MPMI. Il limite è che non siano in contrasto con i princìpi e le disposizioni della presente proposta di legge. Il coordinamento dell’esercizio delle competenze normative può essere promosso
dalle regioni attraverso la stipula di accordi e di intese in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Articoli 21 e 22: entrata in vigore e abrogazioni

L’articolo 21 stabilisce l’entrata in vigore della legge e dei relativi provvedimenti di attuazione.
L’articolo 22, infine, dispone che lo Stato, le regioni e gli enti locali, ciascuno in base alle proprie competenze, entro sei
mesi dalla data di entrata in vigore della legge, devono rendere pubblico l’elenco delle leggi e dei regolamenti espressamente abrogati.

Conclusione

A quarant’anni dalla promulgazione dello statuto dei lavoratori, l’emanazione dello statuto delle imprese, un corpus dei
diritti degli imprenditori, è un obbligo, innanzitutto morale, nei confronti dei milioni di italiani che ogni giorno in silenzio
costruiscono il benessere del nostro popolo: un obbligo cui il Parlamento non può sottrarsi.
Per scaricare la legge completa clicca qui: Statuto delle imprese
novembre 23, 2011 By : cporchietto Category : In evidenza Proposte Tags:, ,
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