Quelle liberalizzazioni d’autorità che non aiutano il mercato – Corriere della Sera – Piero Ostellino
Aumentare il numero delle licenze, regalandone una seconda per compensare l’aumento, non è la liberalizzazione dei tassì, ma la perpetuazione di un doppio vizio, europeo e nazionale. Vizio europeo: il perseguimento della concorrenza per via amministrativa e autoritativa che, di fatto, la nega. Una contraddizione che conferma il carattere dirigista dell’Europa e il potere regolatore dei burocrati di Bruxelles. Vizio nazionale: l’abdicazione, da parte del Parlamento e del governo, alla propria funzione di indirizzo e di direzione; la delega agli Enti locali (i Comuni) a individuare forme di mediazione con la corporazione, foriere di clientelismi e di corruzione. Analoghe considerazioni valgono per l’aumento del numero delle farmacie, l’allargamento della platea dei notai, nonché per la definizione delle prerogative, anche economiche, di certe professioni le cui prestazioni sarebbe più proficuo lasciare alla libera contrattazione con la clientela.
I tassisti hanno ragione di lamentarsi dell’aumento per via amministrativa e autoritativa delle licenze perché: 1) svaluta il valore di quella comprata dal collega che l’ha dismessa, e che rappresenta, oggi, una forma di assicurazione per la vecchiaia; 2) minaccia i loro guadagni per eccesso di auto sul territorio; 3) i clienti non ne hanno alcun beneficio se a fissare le tariffe, i turni di lavoro e il numero di tassì in circolazione rimane la Pubblica amministrazione. I tassisti hanno torto se si oppongono alla sola liberalizzazione che ne tutelerebbe l’autonomia e accrescerebbe la concorrenza: la periodica messa all’asta (vendita), da parte dei Comuni, di un certo numero di licenze nonché di quelle dei tassisti che si vogliono liberare della propria.
La Pubblica amministrazione ne trarrebbe un beneficio non solo economico, ma anche fiscale (la compravendita delle licenze fra privati non sarebbe possibile eludendo il Fisco); a presiedere alla professione non sarebbe più l’appartenenza a una corporazione paramonopolistica, garantita dalla mano pubblica, bensì la logica del rischio d’impresa. Poiché si tratterebbe pur sempre di un servizio pubblico, Comuni e tassisti dovrebbero individuare assieme tariffe flessibili, variabili nel tempo, secondo le indicazioni del mercato; spetterebbe all’Autorità per la concorrenza vigilare contro la nascita di monopoli a seguito dell’acquisto in massa di licenze da parte di gruppi privati. In buona sostanza, sarebbe il mercato delle licenze – in quanto riflesso della domanda dell’utenza – a determinare il numero di tassì in circolazione e persino le loro tariffe.
Le misure che si vogliono adottare anche in altri settori perpetuano, in realtà, l’equivoco che le decisioni tecniche siano politicamente neutrali, mentre sono sempre l’indotto di «una certa idea di società».
Il governo, con le liberalizzazioni così concepite, estende, infatti, ulteriormente la mano pubblica sull’economia nazionale, riduce la sfera di autonomia della società civile, invade – con certe misure anti-evasione – quella degli stili di vita dei singoli individui senza produrre né più mercato né crescita. È uno dei tanti casi di eterogenesi dei fini prodotti dalla cultura politica statalista del Novecento totalitario e dall’adozione di mezzi tecnici inadeguati che hanno paralizzato il Paese e ne hanno rallentato, fino a fermarla, la crescita.
Analizzare realisticamente il contenuto delle singole liberalizzazioni, non tanto a tutela delle corporazioni interessate, ma nella prospettiva di una «società aperta», non è negarne necessità e importanza. Anzi. È evitare che si riducano a una formula retorica per cambiare qualcosa affinché tutto rimanga come prima e/o in vista di una nuova involuzione verso una società diversa – e ancor meno liberale di quella esistente – da quella che la parola liberalizzazione promette.
Pronto un Protocollo d’Intesa per favorire le partnership tra pubblico e privato
E’ un dato di fatto che la grave situazione di crisi degli ultimi anni e i vincoli posti dal Patto di Stabilità interno hanno inciso sulla capacità di investimento degli Enti Locali, nonché sulla possibilità per gli stessi di far fronte alla domanda di infrastrutture a supporto dello sviluppo socio-economico del territorio. Proprio per questo la Regione Piemonte ha optato per l’uso di strumenti finanziari basati sulla collaborazione fra pubblico e privato, quale valido strumento di cooperazione tra le autorità pubbliche ed il mondo delle imprese per aumentare la propensione all’investimento in opere pubbliche e garantire il finanziamento, la costruzione, la riqualificazione e la gestione di infrastrutture o la fornitura di servizi di pubblico interesse.
Per leggere la delibera cliccare Protocollo Intesa Strumenti di Partenariato.
Al via le nuove procedure urbanistiche per la prevenzione del rischio sismico
Il Piemonte con la Giunta regionale del 12 dicembre 2012 ha attivato le nuove procedure di controllo e gestione delle attività urbanistoco-edilizie ai fini della prevenzione del rischio sismoci, attuative della nuova classificazione sismisca del territorio piemontese.
Per leggere la delibera cliccare Delibera Procedure prevenzione rischio sismico.
Discorso Porchietto: Convegno ANMIL “Svantaggio e lavoro, ipotesi per un fronteggiamento condiviso”
La legge 68/99 nasce dalla necessità di regolare il diritto d’inserimento lavorativo delle persone disabili, adeguandolo alle mutazioni avvenute nel contesto socio-economico del nostro Paese e, soprattutto, al superamento del concetto di obbligo di là da ogni attenzione alle necessità delle imprese e dei lavoratori .
La norma in oggetto si pone un duplice obiettivo: promuovere l’inserimento e l’integrazione lavorativa delle persone disabili e, nel frattempo, contribuire all’introduzione di un sistema di collaborazione tra i Servizi, i soggetti coinvolti a vario titolo nei percorsi d’inserimento lavorativo delle persone disabili e le imprese.
La strategia d’intervento per raggiungere tali obiettivi si basa, infatti, su una forte collaborazione tra tutti i soggetti istituzionali che concorrono alla realizzazione delle politiche locali in materia di lavoro, formazione, servizi sociali, sanitari e il coinvolgimento della società civile.
Il sostegno e la promozione di politiche del lavoro a favore dei cittadini con disabilità mirano al superamento delle forme di assistenzialismo e contribuiscono a creare le condizioni per ridurre il rischio di esclusione sociale.
A tal proposito è stato necessario porre una grande attenzione verso i problemi derivanti dai mutamenti sociali e dai bisogni emergenti per creare le condizioni ideali all’implementazione di nuove metodologie e di strumenti capaci di segnare uno sviluppo positivo nei processi d’integrazione lavorativa.
L’esperienza del lavoro di sinergia tra i diversi attori ha consentito, anche attraverso programmi comunitari come Equal, di maturare esperienze significative nelle diverse realtà provinciali che, messe a confronto, hanno fatto emergere l’esigenza di costruire un sistema organico, condiviso su tutto il territorio piemontese.
Ciò ha consentito di porre le premesse istituzionali per ottimizzare il collocamento mirato.
In definitiva sono state poste le basi per una personalizzazione degli interventi nelle diverse fasi d’inserimento lavorativo, quali la valutazione, l’informazione, l’orientamento, la formazione, la mediazione, l’accompagnamento ed il sostegno.
A supporto di tutto ciò con legge 3 marzo 2009 n. 18 è stata ratificata dall’Italia la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità che introduce in un ordinamento italiano sostanzialmente conforme agli obiettivi ed ai principi della stessa Convenzione elementi aggiuntivi tesi a rafforzare la tutela dei diritti dei disabili anche sul versante del lavoro e dell’occupazione.
Un ulteriore elemento di novità è introdotto dall’istituzione dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, costituito con l’obiettivo di promuovere l’attuazione della Convenzione; predisporre un programma di azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabiltà; promuovere la realizzazione di studi e ricerche che possano contribuire ad individuare aree prioritarie verso cui indirizzare azioni ed interventi per la promozione dei diritti.
La L.68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” ha abrogato la vecchia L.482/68 che regolava, fondamentalmente attraverso meccanismi di chiamata numerica in base alle graduatorie e agli obblighi di assunzione delle imprese (per altro gravosi e anche per questo disattesi), il collocamento obbligatorio delle persone disabili.
La norma si è inserita in uno scenario di politiche profondamente modificate rientrando nel processo di devoluzione amministrativa definito dal decreto legislativo 469/97. Il vecchio collocamento delle persone disabili ha subito una trasformazione epocale passando da una gestione burocratica incentrata sulla gestione amministrativa delle graduatorie degli iscritti, ad un servizio che deve informare, orientare, promuovere e supportare l’inserimento lavorativo.
I Servizi per l’Impiego rivestono un ruolo centrale infatti, hanno come obiettivo la realizzazione di un sistema di interventi di politica attiva del lavoro volti a massimizzare l’occupabilità delle persone con disabilità ed alla soddisfazione dei bisogni delle imprese.
Gli operatori dei servizi devono, da un lato, affrontare la mancanza di fiducia spesso insita nelle persone con disabilità condizionate da esperienze negative e, dall’altro, devono preoccuparsi di informare i datori di lavoro circa le opportunità offerte dalla normativa, in modo da superare quei luoghi comuni relativi all’inadeguatezza delle competenze dei lavoratori disabili che possono creare problemi organizzativi e quindi una conseguente diminuzione della produttività.
La legge 68/99, introducendo il concetto di “collocamento mirato”, rappresenta una profonda innovazione per quel che concerne l’inserimento lavorativo delle persone disabili. Questo nuovo approccio, supportato anche dagli incentivi economici previsti e dalle politiche attive messe in campo, ha consentito di avviare al lavoro un numero consistente di disabili, anche appartenenti a tipologie particolarmente problematiche. Si prevede, infatti, l’introduzione di progetti individualizzati che analizzano le capacità lavorative del soggetto, le caratteristiche del posto di lavoro, l’attivazione di azioni di sostegno e la rimozione delle barriere ambientali.
La Regione Piemonte, cogliendo la profonda innovazione introdotta dal collocamento mirato, ha da subito provveduto, con apposita legge, a normare quanto di sua competenza per dare il via in tempi brevi all’attuazione della L.68 (LR 51/2000 recentemente abrogata e sostituita dalla legge quadro regionale sul lavoro, la LR 34/2008), inserendo i nuovi servizi di collocamento mirato per le persone disabili all’interno della più vasta gamma di servizi per l’occupazione organizzati attraverso i Servizi Provinciali per l’Impiego.
Inoltre la Regione Piemonte ha dato attuazione all’utilizzo di incentivi (per le imprese che hanno assunto sia a tempo determinato sia a tempo indeterminato) erogati dal Fondo Nazionale disabili, previsti nella forma della fiscalizzazione (fino all’anno 2007) e negli anni successivi erogati in qualità di contributi all’assunzione solo per imprese che hanno assunto a tempo indeterminato.
A dieci anni dall’applicazione alcune critiche sono mosse verso questa legge spesso senza tener conto degli importanti risultati raggiunti.
Partendo dai dati concernenti l’andamento delle iscrizioni delle persone disabili realmente disponibili all’avviamento lavorativo è importante osservare come tale incremento denoti un trend positivo di proporzionale aumento di fiducia nei confronti dei servizi per l’impiego che, con grande sforzo, promuovono quotidianamente un nuovo metodo e una diversa mentalità d’approccio rispetto alle problematiche legate all’inserimento lavorativo di persone con disabilità. La svolta decisiva è avvenuta con il riconoscimento delle “residue capacità” e non più del grado di disabilità. In passato, infatti, le persone con disabilità tendevano a sottovalutare le proprie capacità e perdevano facilmente la fiducia in se stessi e nei confronti del sistema che non era in grado di creare le condizioni adatte al loro inserimento nel mercato del lavoro e, di conseguenza, nella società.
La percentuale delle persone con disabilità psichica iscritte nelle liste del collocamento mirato e disponibili all’avviamento lavorativo, rispetto alla totalità degli iscritti disponibili, nel corso degli anni oscilla tra il 20% ed il 30% e si attesta al 30,43% (pari a 5.840) nel 2009. Per quanto riguarda le persone con disabilità intellettiva si registrano percentuali tra il 3 ed il 7,58% (1.455) del 2009.
Dal 2000 a tutto il 2009 la legge 68/99 ha consentito di avviare al lavoro 24.662 persone disabili (media annua di 2.466). Il 73,11% (18.031) di tali avviamenti si è trasformato in assunzione.
I contratti maggiormente utilizzati sono quelli a tempo indeterminato e a tempo determinato.
Nel 2000 oltre il 71% (1.721 persone) era avviato con contratto a tempo indeterminato mentre per circa il 16% (397 persone) era applicato un contratto a tempo determinato. Nel corso degli anni si assiste però ad un ribaltamento delle percentuali. Infatti, nel 2009 si rileva che solo il 39,27% degli avviamenti è avvenuto con contratti a tempo indeterminato mentre per 60,73% sono stati utilizzati contratti a tempo determinato. Ciò nonostante, complessivamente si contano 10.615 inserimenti con contratti a tempo indeterminato (pari al 58,87% del totale) e 7.416 con contratti a tempo determinato (pari al 41,13% del totale). Tra i tempi determinati si contano 565 contratti di apprendistato e 507 Contratti di Formazione Lavoro.
La modulazione part-time è stata utilizzata nel 28% dei contratti a tempo indeterminato e nel 25% di quelli a tempo determinato.
Si contano solo 93 casi di avviamenti di disabili provenienti dalle liste di mobilità.
Sono 2.155 i disabili psichici ed intellettivi avviati complessivamente dal 2001 al 2009, cioè circa 240 all’anno, con una media pari al 8,73% degli avviamenti complessivi.
Un altro aspetto interessante della normativa è quello relativo alle convenzioni. I datori di lavoro possono ottemperare all’obbligo di copertura delle cosiddette “Quote di riserva” attraverso la richiesta di avviamento tramite i Servizi Provinciali per l’Impiego preposti al Collocamento Mirato, con i quali è anche possibile stipulare delle apposite Convenzioni di programma (art. 7 della legge 68/99), in cui vengono stabiliti i tempi e le modalità di assunzione che il datore di lavoro s’impegna ad effettuare.
Invece la convenzione di “integrazione lavorativa” può essere utilizzata ai fini dell’avviamento lavorativo di persone con disabilità con particolari caratteristiche e difficoltà d’inserimento nel ciclo lavorativo ordinario. In questo caso si dovranno indicare in modo dettagliato le mansioni e le modalità di svolgimento delle medesime, prevedere azioni di sostegno, consulenza e tutoraggio da parte dei servizi preposti ed infine si dovranno individuare le modalità di verifica sull’andamento del percorso formativo.
Dall’entrata in vigore della legge 68/99 in Piemonte si contano 11.977 Convenzioni attraverso le quali sono state inserite al lavoro 12.750 persone disabili, pari al 51,59% degli avviamenti complessivi. Nel 16,62 % dei casi (2.119) è stato fatto ricorso ad iniziative di tirocinio.
Dall’introduzione della legge 68 ad oggi il Fondo Nazionale ha consentito l’inserimento lavorativo di 4.382 persone tra cui 1.634 con disabilità psichica e/o intellettiva e 1.918 con disabilità grave.
In realtà il Fondo Nazionale disabili, anche se ha prodotto risultati occupazionali assolutamente positivi, non è uno strumento di politica attiva a pieno titolo a differenza del Fondo Regionale che ha sviluppato, a livello territoriale, molteplici attività che hanno contribuito ad ulteriori inserimenti.
Gli importi derivanti dall’irrogazione delle sanzioni amministrative previste dalla Legge 68/99 sono destinati ad alimentare il Fondo regionale, così come una parte di risorse stanziate dal Bilancio regionale ed il contributo di fondazioni, enti di natura privata e soggetti comunque interessati. La parte preminente del Fondo è costituita dalle entrate regionali relative ai versamenti delle aziende che hanno ottenuto un parziale esonero dall’obbligo di assunzione a causa delle speciali condizioni della loro attività.
La parte più consistente del Fondo Regionale è destinata alla realizzazione di interventi diretti a supportare azioni di carattere più immediatamente riconducibile all’inserimento lavorativo vero e proprio.
Queste ultime sono le risorse provenienti dagli esoneri contributivi e dalle sanzioni comminate alle imprese, quindi si tratta di un sistema che crea un circuito di autofinanziamento.
L’analisi dei risultati dei piani provinciali relativi ai bienni 2002-2003 e 2004-2005 (avviati nel 2003 e protratti fino al 2008) ha evidenziato l’importanza degli strumenti messi a disposizione delle Province per gestire i percorsi d’inserimento lavorativo tenendo presente che, nella maggior parte dei casi, si è trattato di persone difficilmente collocabili a causa delle particolari condizioni di disabilità.
I primi Piani Provinciali per il biennio 2002/2003 sono stati avviati ad aprile del 2003 e sono terminati il 29 giugno 2006. Lo stanziamento regionale per la gestione di tali interventi ammontava ad euro 7.071.587,57.
I piani provinciali 2004-2005, per i quali sono stati stanziati 8.960.129,77 euro, hanno tenuto conto delle esperienze e delle sinergie maturate nel corso della precedente programmazione ed hanno beneficiato delle modifiche che la Giunta regionale ha introdotto con un’apposita delibera che eliminava alcuni vincoli ed introduceva nuove modalità di gestione.
Le novità introdotte puntavano in particolar modo al riconoscimento di servizi di supporto e consulenza alle aziende ed ai lavoratori per l’inserimento lavorativo, al mantenimento del posto di lavoro o ad un’eventuale ricollocazione del lavoratore. In tale ambito è previsto che le Province possano approvare progetti, e riconoscerne le relative spese, anche a distanza di tempo dall’assunzione, migliorando l’impatto qualitativo degli interventi per creare le condizioni per un inserimento stabile e non episodico nel mercato del lavoro locale.
L’introduzione del contributo erogato dal Fondo Regionale in caso di assunzione, non solo a tempo indeterminato ma anche a tempo determinato, va ad integrare le risorse del Fondo Nazionale che coprono solo in parte le esigenze del territorio piemontese.
Tali opportunità si sono potute concretizzare con l’attivazione di percorsi individualizzati di adeguamento delle competenze, di tirocinio, di accompagnamento al lavoro e di tutoraggio al fine di far acquisire capacità, competenze e potenzialità professionali che possano essere spendibili rispetto all’offerta di lavoro delle aziende.
Rimane dunque fondamentale la collaborazione con il sistema delle imprese.
E proprio in tal senso diventano strategici i servizi alle imprese in termini di consulenza specialistica in materia di procedure, incentivi, modalità e strumenti per l’inserimento dei lavoratori disabili, aiuto per l’individuazione di posizioni vacanti adatte all’inserimento lavorativo.
Così come diventa importante anche la valorizzazione del ruolo della cooperazione sociale nel collocamento lavorativo delle persone disabili, soprattutto di quelle che presentano particolari difficoltà d’inserimento, così come previsto dalla L.68/99. Le Province, coerentemente con quanto già attivato sul territorio, devono consolidare il sistema-rete nel rispetto delle competenze dei singoli attori, fermo restando il coinvolgimento e la partecipazione attiva delle famiglie, delle associazioni, del sistema educativo e formativo, delle cooperative sociali e dei loro consorzi. Tale sistema, strutturato e basato sul principio di collaborazione tra pubblico e privato è funzionale a garantire ampia libertà di scelta e massima efficacia ed efficienza degli interventi e assicura la presenza dei servizi di accompagnamento al lavoro dei disabili sul territorio provinciale.
La strategia d’intervento, utilizzata su tutto il territorio piemontese, si basa sul dialogo, sul rafforzamento e lo sviluppo del lavoro in Rete, al fine di poter garantire servizi di qualità, sia nei confronti dei lavoratori che delle imprese. Dall’esame dei risultati raggiunti emerge chiaramente che i Servizi per l’Impiego in Piemonte hanno raggiunto un buon livello di sviluppo delle potenzialità di supporto e consulenza nella predisposizione dei programmi d’inserimento mirato, grazie anche alla sviluppata capacità di ricerca delle necessarie forme di collaborazione e d’interscambio con gli altri servizi operanti nel settore della disabilità. Il quotidiano impegno degli operatori ha contribuito ad accrescere la fiducia delle persone disabili che, sempre più frequentemente, si rivolgono ai Servizi per l’Impiego per la ricerca di un inserimento lavorativo. vedi tab iscritti e disponibili
L’efficacia degli strumenti adottati è stata dimostrata soprattutto nel presidio di alcune specifiche situazioni a rischio di emarginazione sociale.
L’attivazione dei Piani Provinciali ha consentito di avviare complessivamente 1.585 tirocini e di questi, circa il 12% interessavano soggetti con disabilità grave, psichica o intellettiva.
Dal secondo trimestre del 2009 sono state avviate le attività relative ai Piani Provinciali 2008/2010.
Nel nuovo atto d’indirizzo sono riproposti alcuni principi fondamentali ai quali le Province si devono attenere:
- la centralità della persona, vista come pari opportunità ed equità, a garanzia per tutti i cittadini di pari accesso alle occasioni d’inserimento al lavoro;
- l’integrazione nella duplice valenza di unitarietà della programmazione delle politiche del lavoro e di raccordo con le politiche contigue a quelle educative (formative, sociali, culturali, dell’innovazione e della ricerca);
- la continuità del percorso professionale, da assicurare anche attraverso la promozione di efficaci interventi di orientamento a sostegno dei passaggi tra i diversi percorsi di lavoro ed azioni formative finalizzate al rinforzo delle competenze utili ai percorsi professionali individuali.
E’ opportuno segnalare l’introduzione dell’obbligatorietà di una base partnerariale, per quanto riguarda i progetti d’inserimento lavorativo rivolti alle persone particolarmente svantaggiate, poiché si tratta d’interventi che prevedono un forte coinvolgimento dei servizi sociali e sanitari.
Nell’ambito delle novità introdotte sono degne di nota le “iniziative speciali” rivolte alle persone con disabilità grave o con handicap di tipo intellettivo o psichiatrico, disabili dipendenti da sostanze stupefacenti, pluriminorati, traumatizzati ed invalidi del lavoro che presentano gravi difficoltà d’inserimento lavorativo. In questi casi si rende necessario l’apporto di partnership qualificate con la presenza di ASL e dei Servizi Socio-Assistenziali. E’ indispensabile l’introduzione del referente del caso, del tutor esterno individuato dalla Provincia e del tutor aziendale. Tali progetti possono inoltre comprendere il rinforzo delle competenze lavorative e interventi di Formazione Professionale, anche con percorsi strutturati come i Corsi di Formazione al Lavoro (FAL) predisposti congiuntamente tra le agenzie formative accreditate ed i Servizi per l’Impiego Provinciali che hanno il coordinamento e la regia di tutto il progetto. E’ inoltre possibile prevedere un tirocinio lavorativo con il riconoscimento di un sostegno al reddito ed eventuale rimborso per le spese di trasporto e, elemento di rilievo, un contributo all’impresa per agevolare l’assunzione.
In particolare per quanto riguarda la programmazione del Fondo regionale 2008-2010 sono stati introdotti elementi di rilievo per favorire l’inserimento lavorativo delle persone disabili individuando:
a) le modalità per la predisposizione degli interventi individuali che definiscono in modo puntuale in cosa consiste la costruzione di un progetto d’inserimento lavorativo, individuando le figure professionali di riferimento, una base partenerariale obbligatoria per progetti rivolti a persone particolarmente disabili;
b) la predisposizione del patto di servizio tra tutti i soggetti che intervengono a diverso titolo nel percorso d’inserimento lavorativo delle persone disabili (la persona, i servizi lavorativi, i servizi socio assistenziali, sanitari, dell’istruzione, della formazione, del terzo settore, le società affidatarie di servizi, eventualmente le imprese). Inoltre, dalle indicazioni previste negli atti della giunta regionale -POR, Fondo Regionale disabili- emerge l’ineludibilità di coinvolgere, qualora se ne ravvedesse la necessità, le associazioni di riferimento delle persone disabili durante la predisposizione dei progetti;
c) le modalità d’integrazione con la Formazione Professionale;
d) la necessità, là dove è opportuno, di sostenere il disabile anche dopo l’assunzione, prevedendo servizi a supporto del mantenimento del posto di lavoro;
e) l’erogazione di contributi alle imprese, sia quelle soggette all’obbligo che quelle non soggette;
f) servizi alle imprese che consentano di creare le condizioni necessarie per l’inserimento lavorativo dei soggetti destinatari degli interventi;
g) lo strumento dell’ICF, in via sperimentale, al fine di individuare correttamente le caratteristiche della persona in termini di autonomia, di capacità, di funzionamento e di occupabilità e, quindi, di contestualizzare gli interventi (a tale proposito una deliberazione della giunta regionale ha promosso l’utilizzo della classificazione ICF partendo dalla sperimentazione già attuata nelle Province di Torino e Cuneo in questi ultimi anni).
h) servizi finalizzati alla ricollocazione per accelerare il processo di transizione delle persone tra un’occupazione e la successiva aiutandole a definire un nuovo obiettivo lavorativo, facilitando i candidati nella selezione delle proposte formative e professionali presenti sul mercato, coerenti con il progetto professionale individuato attraverso la composizione di un progetto professionale, grazie al servizio di bilancio delle competenze.
Oltre alle attività svolte in funzione del Fondo Nazionale e Fondo Regionale si è provveduto ad emanare alcuni provvedimenti atti a dare maggiore vigore alle attività indicate precedentemente.
In particolare:
- la predisposizione tra l’Assessorato al Lavoro e l’assessorato alla Sanità, di una deliberazione approvata in data 30 novembre 2009 che stabilisce per tutti i progetti di inserimento lavorativo riguardanti soggetti disabili affetti da patologie psichiatriche una partnership obbligatoria tra i servizi provinciali del lavoro competenti (previsti dalla L.68/99), sanità (ASL, Dipartimenti salute mentale) e solidarietà sociale (Comuni e Consorzi socio assistenziali) con compiti di definizione e supporto, ciascuno per le proprie competenze, nella progettazione e realizzazione delle attività;
- la costituzione di un gruppo di lavoro Regione/Province/APL con il compito di confrontarsi sulle problematiche che la L.68/99 pone e in particolare sui temi inerenti il Fondo Nazionale e il Fondo Regionale e, più in generale, su tutto ciò che attiene al collocamento mirato al fine di pervenire ad una programmazione condivisa delle attività;
- inoltre anche in attuazione delle iniziative volte a sostenere l’integrazione lavorativa di persone particolarmente svantaggiate (con riferimento al POR FSE 2007-2013) sono stati avviati interventi finalizzati a potenziare il ruolo della cooperazione all’interno del sistema regionale dei servizi per il lavoro con l’obiettivo di accrescere sia direttamente sia indirettamente le opportunità di inserimento lavorativo delle persone svantaggiate che non rientrano tra le persone disabili previste dalla L.68/99 perché non contemplati o con disabilità al di sotto della soglia presa in considerazione dalla legge (detenuti ed ex detenuti, migranti segnalati dai servizi sociali, disabili intellettivi e psichiatrici, giovani a rischio segnalati dai servizi, dipendenti da sostanze, donne vittime di violenza ).






