L’energia in Italia costa molto, ma il fisco la fa costare ancora di più. Si sa che le imprese sono costrette a pagare bollette decisamente più alte rispetto alle altre aziende europee e che ciò si traduce in una pesante zavorra per chi vuol competere all’estero. Buona parte del fardello non è però determinato dalle difficoltà di produzione, ma dalle tasse. Lo ha scoperto laConfartigianato che, con uno studio ad hoc, ha calcolato quanto i balzelli sull’energia elettrica pesino sui conti di un’azienda. Il d ivario con la Uevale 6,5 miliardi di euro, mezzo punto di Pil in più versato dalle aziende sotto forma di tasse. In genere la bolletta elettrica di un’impresa supera del 27,1 quella media europea, ma quando si considera il solo impatto fiscale il gap con i principali Paesi competitori lievita. Arriva al 28 per cento in più sulla Germania, al 68 per cento in più rispetto alla Francia, fino al 70 con la Spagna. Messo a confronto con il Pil, dunque, il peso della tassazione sull’energia in Italia è al 2,1 per cento, contro 1’1,4 di ParigieMadrid. E secondo la ricerca Confartigianato «gli oneri e le tasse non recuperabili per l’impresa rappresentano i116,4 per cento del prezzo finale, il valore più alto in Europa». Ora, considerando sia il maggior costo dell’energia che il maggior peso fiscale, le aziende italiane, rispetto alla media delle concorrenti europee, pagano in media 2,95 euro ogni 100 kilowattora. Moltiplicando questo gap per i consumi delle imprese (tutte, escluse quelle agricole), Confartigianato è arrivata a valutare il costo totale del divario: appunto ai 6,5 miliardi di euro. Un fardello chiaramente concentrato nelle regioni del Nord, dove ha sede il maggior numero di aziende, e in particolare in Lombardia – dove la differenza con l’Europa pesa quasi per un miliardo e mezzo di euro – in Veneto (669 milioni), in Emilia Romagna (572) e Piemonte (556). Da sole, dunque, queste quattro aree versano il 50 per cento del divario che l’intera Italia sconta nei confronti della Ue, anche se — ragionando non sul conto pagato dalle singole regioni, ma sul peso che grava sulle singole imprese — la palma passa al Nord-Est. Le più penalizzate, infatti, risultano essere le aziende del Friuli Venezia Giulia: per ognuna di loro l’energia costa 2.375 euro in più l’anno rispetto alla media europea. Segue la Sardegna (1.922 euro in più), e il Trentino Alto Adige (1.718).
Energia, zavorra fiscale per le imprese italiane- Repubblica – di Grion Luisa
La Stampa: La regola e l’eccezione (M. Sorgi)
Anche se si tratta di vicende del tutto diverse, per peso, quantità e qualità, nella giornata che ha visto il proscioglimento di Gianfranco Fini dalle accuse che lo riguardavano per la vendita della famosa casa di Montecarlo, e il contemporaneo infittirsi delle voci su nuovi guai giudiziari per Silvio Berlusconi, c’è un dettaglio che colpisce. Alla fine di una durissima campagna giornalistica e politica durata quasi quattro mesi, il Presidente della Camera ha potuto conoscere l’esito favorevole delle inchieste che lo riguardavano contemporaneamente alla notizia che era stato indagato per gli stessi fatti. Così, una volta tanto, è stata evitata la consueta fuga di notizie che trasforma tutti i politici inquisiti in condannati prima del tempo. Un’eccezione che conferma la regola, purtroppo. Perché invece il meccanismo dello svergognamento preventivo s’è ripetuto quasi contemporaneamente nei confronti di Berlusconi. La differenza di trattamento tra i due leader ed imputati eccellenti ha preso corpo in tutta la sua evidenza proprio nelle stesse ore in cui al Senato il centrodestra riapriva la trattativa sul lodo Alfano.
Mentre infatti Fini, nei tempi giustamente brevi che si richiedono quando un’ombra giudiziaria può danneggiare un soggetto che ha responsabilità pubbliche, veniva dichiarato innocente, su Berlusconi, alle prese da anni con le accuse più disparate, si addensavano ulteriori sospetti. Al processo Mills pendente da tempo e sospeso provvisoriamente per effetto del legittimo impedimento, alla propaggine romana, emersa due settimane fa, dell’inchiesta sui diritti off-shore delle tv Mediaset, e alle indagini, divenute di dominio pubblico la settimana scorsa, sui rapporti tra il premier e l’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, si aggiungevano ancora i dubbi sul coinvolgimento del premier, e non solo di suo fratello Paolo, nella divulgazione della famosa intercettazione di Fassino sul caso Antonveneta, e un’altra, torbida vicenda, legata a una ragazza marocchina che avrebbe accusato Berlusconi di aver avuto rapporti con lei quando aveva solo sedici anni.
Come possa influire la somma di tutti questi casi, vecchi e nuovi, che continuano a emergere e riemergere a ritmo quasi quotidiano, sulla trattativa sul lodo, da cui dipende la sopravvivenza stessa del governo, è chiaro. La già discutibile soluzione del problema della protezione del presidente del Consiglio da incombenze giudiziarie, che possano ostacolarne l’espletamento delle funzioni, sta diventando rapidamente del tutto indigesta e al limite dell’impraticabile. Mentre i partiti discutono della portata e dei limiti del provvedimento che dovrebbe proteggerlo, Berlusconi – cioè il primo che in linea teorica dovrebbe usufruire di una legge che come tutte resterebbe valida anche per i suoi successori – a poco a poco si sta trasformando in un soggetto indifendibile. L’addensamento – e in qualche caso l’accanimento – delle indagini nei suoi confronti, è evidente, porta a questo. La corruzione già in qualche modo anticipata con la condanna dell’avvocato Mills, l’evasione fiscale ipotizzata nell’inchiesta romana, la mafiosità connessa ai rapporti con Ciancimino, il commercio di materiale ricavato da intercettazioni, e adesso anche l’ombra di una relazione intima con una minorenne, non rappresentano più soltanto un’eterogenea serie di imputazioni, ma un insieme che ormai tende alla mostrificazione del personaggio. E a questo mostro che giorno dopo giorno, nelle carte che lo riguardano, assume sembianze grottesche, il Parlamento, non va dimenticato, dovrebbe trovare una scappatoia, che già era difficile, e adesso rischia di diventare impossibile.
Naturalmente Berlusconi ha il preciso dovere di rispondere a tutte le accuse che lo riguardano e fare chiarezza fino in fondo. Ma sarebbe auspicabile che potesse farlo più o meno nelle stesse condizioni in cui è stato consentito a Fini: difendendosi, cioè, e replicando agli attacchi politici dentro e fuori il Parlamento, e aspettando serenamente che la magistratura si pronunci sul suo conto senza neppure che si venga a sapere anticipatamente, e soprattutto prima del proscioglimento, che sulla sua testa pendeva un’imputazione.
La separazione tra il piano politico e quello giudiziario ha consentito, malgrado il clima pesante, al presidente della Camera di restare al suo posto e respingere le reiterate richieste di dimissioni che venivano dai suoi avversari. La commistione tra processi giudiziari e tiri al bersaglio politici, favoriti dalla facilità con cui viene resa nota qualsiasi accusa, anche la più infamante, contro Berlusconi, rischia al contrario di avvelenare definitivamente il confronto politico, paralizzando del tutto il governo, il Parlamento e il Paese.

