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Dopo la laurea? Stage a Yellostone o al Getty Institute

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gennaio 26, 2012 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:,
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Pensione più alta con più di 40 anni – La Stampa

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gennaio 17, 2012 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:
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Italia e Svizzera “In pochi metri due mondi diversi” – La Stampa

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gennaio 16, 2012 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:, ,
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Quelle liberalizzazioni d’autorità che non aiutano il mercato – Corriere della Sera – Piero Ostellino

Aumentare il numero delle licenze, regalandone una seconda per compensare l’aumento, non è la liberalizzazione dei tassì, ma la perpetuazione di un doppio vizio, europeo e nazionale. Vizio europeo: il perseguimento della concorrenza per via amministrativa e autoritativa che, di fatto, la nega. Una contraddizione che conferma il carattere dirigista dell’Europa e il potere regolatore dei burocrati di Bruxelles. Vizio nazionale: l’abdicazione, da parte del Parlamento e del governo, alla propria funzione di indirizzo e di direzione; la delega agli Enti locali (i Comuni) a individuare forme di mediazione con la corporazione, foriere di clientelismi e di corruzione. Analoghe considerazioni valgono per l’aumento del numero delle farmacie, l’allargamento della platea dei notai, nonché per la definizione delle prerogative, anche economiche, di certe professioni le cui prestazioni sarebbe più proficuo lasciare alla libera contrattazione con la clientela.

I tassisti hanno ragione di lamentarsi dell’aumento per via amministrativa e autoritativa delle licenze perché: 1) svaluta il valore di quella comprata dal collega che l’ha dismessa, e che rappresenta, oggi, una forma di assicurazione per la vecchiaia; 2) minaccia i loro guadagni per eccesso di auto sul territorio; 3) i clienti non ne hanno alcun beneficio se a fissare le tariffe, i turni di lavoro e il numero di tassì in circolazione rimane la Pubblica amministrazione. I tassisti hanno torto se si oppongono alla sola liberalizzazione che ne tutelerebbe l’autonomia e accrescerebbe la concorrenza: la periodica messa all’asta (vendita), da parte dei Comuni, di un certo numero di licenze nonché di quelle dei tassisti che si vogliono liberare della propria.

La Pubblica amministrazione ne trarrebbe un beneficio non solo economico, ma anche fiscale (la compravendita delle licenze fra privati non sarebbe possibile eludendo il Fisco); a presiedere alla professione non sarebbe più l’appartenenza a una corporazione paramonopolistica, garantita dalla mano pubblica, bensì la logica del rischio d’impresa. Poiché si tratterebbe pur sempre di un servizio pubblico, Comuni e tassisti dovrebbero individuare assieme tariffe flessibili, variabili nel tempo, secondo le indicazioni del mercato; spetterebbe all’Autorità per la concorrenza vigilare contro la nascita di monopoli a seguito dell’acquisto in massa di licenze da parte di gruppi privati. In buona sostanza, sarebbe il mercato delle licenze – in quanto riflesso della domanda dell’utenza – a determinare il numero di tassì in circolazione e persino le loro tariffe.

Le misure che si vogliono adottare anche in altri settori perpetuano, in realtà, l’equivoco che le decisioni tecniche siano politicamente neutrali, mentre sono sempre l’indotto di «una certa idea di società».

Il governo, con le liberalizzazioni così concepite, estende, infatti, ulteriormente la mano pubblica sull’economia nazionale, riduce la sfera di autonomia della società civile, invade – con certe misure anti-evasione – quella degli stili di vita dei singoli individui senza produrre né più mercato né crescita. È uno dei tanti casi di eterogenesi dei fini prodotti dalla cultura politica statalista del Novecento totalitario e dall’adozione di mezzi tecnici inadeguati che hanno paralizzato il Paese e ne hanno rallentato, fino a fermarla, la crescita.

Analizzare realisticamente il contenuto delle singole liberalizzazioni, non tanto a tutela delle corporazioni interessate, ma nella prospettiva di una «società aperta», non è negarne necessità e importanza. Anzi. È evitare che si riducano a una formula retorica per cambiare qualcosa affinché tutto rimanga come prima e/o in vista di una nuova involuzione verso una società diversa – e ancor meno liberale di quella esistente – da quella che la parola liberalizzazione promette.

gennaio 16, 2012 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:,
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Il vero problema è il terziario – La Stampa – Intervista al Prof. Berta

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gennaio 3, 2012 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:
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Fmi: effetti shock dai piani di austerità – Repubblica – (L. Grion)

dicembre 19, 2011 By : cporchietto Category : Edicola News Tags:, ,
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“Chiudete la Yesmoke di Settimo Il magazzino non è assicurato” – Repubblica

«Al mattino, di buon ora, sono arrivate cinque o sei camionette di carabinieri e guardia di finanza. Volevano metterci i sigilli ai macchinari», racconta Gian Paolo Messina, che con il resto della sua famiglia ha fondato la Yesmoke, una piccola azienda di Settimo che è anche l´unica indipendente a produrre sigarette. Le forze dell´ordine non erano a caccia di prove per una qualche indagine. Semplicemente erano stati mandati lì dai Monopoli di Stato. Il motivo? Una bega burocratica tra l´impresa e l´ufficio regionale dell´amministrazione che regola il mercato delle “bionde”.
Da qualche mese al centro del contendere c´è una fidejussione che consentia alla Yesmoke di assicurare il proprio magazzino: i Monopoli la esigono, l´azienda si rifiuta di fornirla. «Non possiamo permetterci di tenere bloccati 2,4 milioni come garanzia, quando siamo una realtà in pieno sviluppo e quei soldi potremmo investirli», si sfoga Messina. Che rincara la dose: «Dovremmo essere aiutati e non penalizzati. Soprattutto per un aspetto sul quale i Monopoli potrebbero derogare, come fanno con le multinazionali che producono in Italia».
La Yesmoke dà lavoro a 53 persone e ne sta cercando altre 20 per poter aumentare la produzione. Le sue sigarette vendono molto bene all´estero, tant´è che appena l´1% degli oltre 20 milioni che fattura ogni anno provengono dal mercato italiano. I suoi dipendenti lavorano sui tre turni sette giorni a settimana e all´azienda non basta, tant´è che è pronta a rilevare la Manifattura di Chiaravalle, azienda marchigiana da tempo in crisi.
Tutti risultati ottenuti grazie a una politica di prezzi competitivi, che ha già creato qualche screzio con lo Stato. L´Italia infatti fissa per le “bionde” un prezzo minimo, che l´azienda di Settimo non voleva rispettare. Per questo ha intentato e vinto una causa di fronte alla Corte europea. Eppure dopo allora il governo ha aumentato la tassazione ma non ha realmente liberalizzato il mercato. Così i pacchetti griffati Yesmoke continuano a costare quattro euro, quando potrebbero essere venduti a 3,50.
L´impresa torinese, con i sindacati, ha sempre avuto il sospetto che i problemi siano legati al fastidio procurato alle multinazionali delle sigarette che dominano il mercato italiano. Per Antonio Sellenga, operatore della Fai-Cisl, «quello dei Monopoli è un accanimento incomprensibile. L´azienda era anche riuscita a trovare una società finanziaria che le concedesse la fidejussione, ma secondo l´Aams non aveva i requisiti». E pure Denis Vayr della Flai-Cgil parla di «situazione assurda» e si augura che «le cose non precipitino».
Il tentativo di mettere i sigilli è comunque andato a vuoto. Dopo una lunga trattativa è stato infatti deciso di convocare un tavolo anche con Regione e Provincia. Nella speranza che l´impasse si risolva.

di Stefano Parola

dicembre 7, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Tags:
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Ci penserà il superdiploma a inserire i giovani al lavoro – La Stampa

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dicembre 5, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:
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La risorsa del nuovo Paese – La Stampa

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dicembre 2, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte 0 Comment

Siamo noi i migliori agricoltori Ma ora l’Ue ci boicotta il tabacco – Il Giornale

Con la scusa della salute, l’Europa vuol boicottarci il tabacco. Un provvedimento allo studio di Bruxelles rischia di mettere in seria difficoltà un settore importante dell’agricoltura italiana, proprio nel momento in cui nei campi siamo diventati più forti dei francesi e dunque la prima agricoltura d’Europa per valore della produzione.

Il tabacco fa male d’accordo. Ma non c’entra con la mossa di Bruxelles. Già, perch´ qui non si parla di guerra al fumo di carattere sanitario, ma di una congiura europeista che danneggia il comparto italiano che ogni anno sforna 20 mila tonnellate di tabacco. La nostra fiorente produzione rischia di sparire per colpa di una distratta politica comunitaria. E guarda caso penalizza solo l’Italia che in agricoltura, nel 2011, ha conquistato un primato assoluto: i nostri contadini fanno rendere le terre il triplo degli inglesi e il doppio dei francesi nonostante la superficie coltivata sia pari ad appena la metà di quella dei cugini. Dunque, il blocco del tabacco puzza di ripicca. Ma questa sensazione sembra trovare conferma nel pasticcio sul tabacco. Che parte dalle nostre colture. Forse non molti sanno che in Campania, Umbria, Veneto, Lazio e Toscana si producono annualmente 97.800 tonnellate di tabacco in foglia di due qualità: Burley e Virginia. Questo tabacco diventa poi American blend, che costituisce la miscela per le sigarette fumate in Europa: circa 88 miliardi l’anno. Come si arriva alla miscela? Usando degli additivi, che sono sostanze naturali utilizzate anche nell’industria alimentare. Qualche esempio? Umettanti, zuccheri, piccolissime parti di liquirizia. Insomma, tutti ingredienti che vengono aggiunti al tabacco durante la manifattura delle sigarette e servono a riequilibrarne il sapore, a reintegrare gli zuccheri persi durante il trattamento della foglia e a conferire ai vari brand il loro gusto caratteristico differenziandoli gli uni dagli altri.
Così è sempre stato. Ma improvvisamente queste sostanze non piacciono più alla Ue che ha proposto di abolirle. La Commissione Europea ha infatti avviato il processo di revisione della Direttiva 2001/37/CE regolante la produzione, presentazione e vendita dei prodotti del tabacco. E una delle normative contenute nella proposta è il divieto dell’uso degli ingredienti. Qualcuno dirà, bene perch´ sono proprio queste sostanze a creare la cosiddetta dipendenza da nicotina. E la pensa così anche la Commissione. Nel documento si scrive che «gli ingredienti aumenterebbero il potenziale attrattivo e assuefattivo dei prodotti del tabacco». Ma gli stessi promotori del divieto contraddicono gli esperti che loro stessi hanno ingaggiato (e pagato) per ottenere la prova della loro affermazione. Infatti i risultati del rapporto del Comitato Scientifico sui Rischi per la Salute sostengono che, ad oggi, non ci sono prove scientifiche che dimostrino il potenziale attrattivo e assuefattivo degli ingredienti. Il rapporto conferma, invece, questi condizionamenti sono assolutamente soggettivi legati soprattutto alle caratteristiche più commerciali del prodotto. Dunque si vuole colpire una produzione in cui l’Italia è leader senza nessun fondato motivo. In compenso, siccome senza gli ingredienti il tabacco non si può utilizzare, si prospetta all’orizzonte il declino di queste coltivazioni italiane, Burley in testa, e la perdita di molti posti di lavoro con un impatto economico e sociale altissimo. Il bacino di manodopera occupa circa 60mila famiglie e, in termini di addetti ai lavori coinvolge oltre 200mila unità, prima filiera a livello europeo e ottava nel mondo. Le reazioni alla decisione della Commissione hanno già fatto il giro del Vecchio continente.

In una consultazione pubblica on-line lanciata dalla stessa commissione europea sono arrivate ben risposte 87 mila di persone inferocite che dicono «no» a questa censura. Perch´ la conseguenza sarebbe rocambolesca: aumenterebbe il giro d’affari delle sigarette di contrabbando e si fumerebbero altri tipi di tabacco, come il Virginia, importato dagli Usa.

di Enza Cusmai

dicembre 1, 2011 By : cporchietto Category : Edicola Proposte Tags:, ,
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